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  • Wilma Viganò

Via Turati

Arte e Architettura

Dopo la passeggiata fuori porta della scorsa puntata, oggi vi propongo tre destinazioni dalle parti di piazza della Repubblica, e quindi abbastanza centrali.

Permanente  - Via Turati - Wilma Viganò

La prima tappa è in via Turati per soffermarci a contemplare la facciata, ma soprattutto per visitare, quella che noi milanesi chiamiamo sbrigativamente da sempre “La Permanente”. In effetti stiamo parlando della sede di una benemerita associazione, la “Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente” costituita nel 1843 per l’incoraggiamento delle arti figurative. E per incoraggiamento si intendeva esposizione, promozione, ma anche vendita delle opere, tant’è che l’iniziativa fu inizialmente finanziata non solo da artisti – che notoriamente almeno all’inizio non navigano nell’oro – ma soprattutto da un buon numero di gallerie e mercanti d’arte. Quindi cultura sì, ma con un occhio agli affari.

Affari che tutto sommato non dovettero andare del tutto male considerato che, a quarant’anni dalla sua costituzione, l’associazione fu in grado di acquistare un terreno dalle parti di via Principe Umberto (così si chiamava allora via Turati) per costruirci una propria sede centralizzata, incaricando della progettazione e costruzione quello che veniva allora definito l’uomo più conosciuto e meno veduto di Milano”, cioè Luca Beltrami. Politico e scrittore, storico dell’arte e architetto, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento il Beltrami fece e rifece mezza Milano, dalla ricostruzione del Castello Sforzesco e Santa Maria delle Grazie all’aggiustamento di piazza della Scala, dalla Sinagoga Centrale e la nuova sede del Corriere della Sera, sino all’invenzione delle vedovelle e al piedestallo del monumento al Parini. Insomma, un vero architetto per tutte le stagioni.

Per la nuova cittadella dell’arte, il Beltrami progettò un palazzotto in stile rinascimentale con una facciata in pietra rossa di Verona scandita da una triplice apertura al piano terra e ripresa al piano superiore da una loggia, sempre a tre arcate. L’interno era costituito da quattro sale illuminate da lucernari, un cortile coperto e una galleria destinata alla scultura. La prima grande esposizione ottocentesca suscitò immediatamente grande scalpore mettendo a confronto la scuola tradizionale di Hayez con le innovazioni degli Scapigliati, e da allora si sono succedute mostre di ogni genere: dai grandi classici alle più ardite avanguardie, da Caravaggio alla Crypto Art, ospitando via via tutti i maggiori protagonisti della storia culturale ed artistica italiana.

Ma anche la Permanente seguì il destino di tanti altri edifici milanesi e venne praticamente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Miracolosamente si salvò però la facciata del Beltrami, che è quella che vediamo tuttora, mentre la ricostruzione degli interni venne affidata nel 1951 ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni che, affiancati da Luigi Fratino, ristrutturano gli spazi secondo i più moderni criteri di razionalità e funzionalità. Dal grande atrio si accede quindi oggi a due vasti saloni espositivi di oltre 600 metri quadrati ciascuno, per poi proseguire al primo piano, tramite una doppia scala monumentale in marmo, ad ulteriori spazi espositivi e sale conferenze, più il book shop e un luminoso ed elegante caffè che dal loggiato dà sulla via. Sul retro, una torre interna non visibile ospita gli uffici, un archivio storico e funge da deposito alla collezione d’arte “permanente”, appunto. Insomma un posto non solo da visitare, ma da frequentare.

La Serenizzima (Palazzo Campari) - Via Turati  - Wilma Viganò

Usciti dalla Permanente, il consiglio è quello di attraversare la strada per curiosare all’interno del palazzone brunito che sta proprio di fronte. E’ questo il palazzo denominato “La Serenissima” progettato negli anni ’60 da Ermenegildo ed Eugenio Soncini. Conosciuto anche come come Palazzo Campari, dal nome della milanesissima società committente che necessitava di nuovi uffici per una riorganizzazione interna più flessibile, il palazzo ha parte dei volumi destinati, per vincoli progettuali, ad abitazioni, ma soprattutto spazi liberi interni destinati a giardini. Per questa ragione i progettisti proposero la realizzazione al piano terreno di un portico pubblico aperto sulla via così che "il giardino apparisse come un'oasi di verde trasparenza al suo interno”. Volevano così creare nel cuore di Milano, su uno degli assi più importanti della città, un edificio che ne accrescesse la qualità ambientale.

La Campari signorilmente accettò la proposta, rinunciando allo sfruttamento di uno spazio di grande valore commerciale in un primo tempo destinato a negozi. L’edificio, una ventina d’anni più tardi, venne poi sottoposto a un restyling ma nel pieno rispetto della formazione originaria. Caratteristica del suo aspetto estetico è l'impiego dell'acciaio brunito lasciato a vista e l’utilizzo alternato sia di cristalli ambrati scuri, che riflettono parte dei raggi solari, sia di cristalli specchiati. Un gioco di eleganti e scure trasparenze utilizzato anche per separare il portico pedonale dal giardino interno, al quale tutti possono accedere liberamente nei giorni di apertura del palazzo, cioè nei giorni feriali.

Il giardino interno è stato progettato dall’architetto paesaggista Marco Bay, ed è tutto un contrasto di forme e cromatismi. Sempreverdi, fogliami variegati di bianco, dorature autunnali, fioriture successive bianche e rosa raccontano il succedersi delle stagioni. Diventano eleganti persino le originarie griglie di aerazione del garage interrato, mentre il percorso si snoda lungo un sentiero ricoperto da uno strato di ghiaia scura in sintonia col palazzo. Vale senz’altro una sosta. Da visitare per credere.

Casa delle rondini - Via Carlo Porta - Wilma Viganò

Terza ed ultima meta della nostra passeggiata è la Casa delle Rondini di via Carlo Porta, il vicinissimo congiungimento tra via Turati e via Marco De Marchi. Una volta imboccata la via, come dico sempre che si deve fare a Milano, alzate lo sguardo e… vedrete volare le rondini! Già, perché l’intera facciata dell’edificio al numero 5, qualcosa come 150 metri quadrati, è interamente coperta da oltre 2000 formelle di ceramica che riproducono uno stormo di rondini in volo. L’opera venne realizzata nel 1985 su progetto dall’allora padrone di casa Ernesto Treccani, un artista poliedrico, socialmente e politicamente impegnato (come s’usa dire), che era figlio del famoso Treccani dell’Enciclopedia.

In questa casa Ernesto Treccani visse sino alla morte (nel 2009) e, al primo piano, si può ancora visitare il suo studio, mantenuto proprio com’era, fin nei minimi dettagli. Con la scrivania, il tavolo di lavoro, spatole e pennelli, tubetti di colore, abiti lasciati negligentemente su una sedia… proprio come se l’artista fosse appena uscito per bersi un caffè. Dal 1978 la palazzina è diventata sede di un’attivissima istituzione culturale, la Fondazione Correnti, il cui scopo è quello di incoraggiare lo studio del periodo di rinnovamento culturale che va dal Movimento del Correnti (cioè la fine anni ’30) sino al Realismo. All’interno dell’edificio, perfettamente attrezzato, si organizzano mostre di pittura, scultura, fotografia, oltre che conferenze e cicli di seminari su tematiche non solo artistiche, ma anche storico-politico-sociali e filosofiche. Nel seminterrato, una biblioteca di famiglia di oltre 7.500 volumi, oltre ad un archivio sonoro e fotografico, sono gratuitamente consultabili da tutti.

Lungo tutto il percorso di visita alla casa son disseminate qualcosa come 248 opere del Treccani che tracciano il suo variegato cammino nelle arti figurative: tele, bronzi, disegni e ceramiche, oltre a manoscritti e fotografie. In tempi no Covid, l’ingresso è gratuito, senza prenotazione, e le visite prevedono l’accompagnamento di gentilissime guide. Tra le opere esposte la più impattante è titolata “12 dicembre”, a ricordo delle vittime di piazza Fontana. Tutti i personaggi rappresentati, e sono tantissimi, ritraggono amici e conoscenti di Treccani perché, come diceva Gaber, “la libertà è partecipazione”.

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