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  • Wilma Viganò

Via Tortona

Aggiornamento: 11 ott 2021

SPETTACOLI E MERAVIGLIE


Oggi propongo un giro a Porta Genova, e più precisamente in via Tortona.

Era questa una tranquilla zona agricola sino a quando, a metà 800, l’arrivo della linea ferroviaria Milano-Mortara non spazzò via d’un sol colpo coltivazioni e cascine per spalancare la strada all’industrializzazione. Venne così a formarsi una cittadella suburbana formata da stabilimenti e case operaie. Fabbriche di biciclette, turbine, lampadine, vernici, cioccolato e formaggi i cui nomi (allora non si chiamavano brand) ancora conosciamo: e cioè Nestlé, Invernizzi, Max Meyer, Osram e così via. Tra gli imprenditori c’era un industriale di Intra, tale Roberto Zűst, che fabbricava automobili e che decise di aprire a Milano una filiale costruendo un primo capannone. Alle auto seguirono gli apparecchi elettrici della AEG e poi quelli della CGE. Intanto gli spazi si ampliavano, arrivavano i binari privati collegati alla linea ferroviaria e si strutturava un imponente e lunghissimo edificio di marca prettamente industriale lungo via Tortona. Il tutto passerà poi all’Ansaldo di Genova per la fabbricazione di locomotive, carrozze ferroviarie e tram. Ma dopo circa 30 anni lo sviluppo manifatturiero della siderurgia pesante prese altre strade decretando l’abbandono e la decadenza della vecchia fabbrica. Per fortuna intervenne il Comune che destinò l’area e gli spazi ad attività culturali: primi fra tutti i laboratori della Scala (in via Bergognone 34) e il MUDEC, il Museo delle Culture (dietro l’angolo, in via Tortona 56). Il ciclo molto milanese di passaggio da agricoltura a industria, e poi a servizi/cultura si è così compiuto.

Attualmente i laboratori della Scala occupano circa 70 mila metri quadrati ed hanno raccolto, nel tempo, le varie attività disseminate per la città. Oggi costumisti, carpentieri, fabbri, falegnami, scenografi, parrucchieri, truccatori (sono circa 150 i dipendenti fissi) progettano in questi ambienti tutti gli spettacoli scaligeri, fin nei minimi dettagli. Qualche giorno all’anno vengono organizzate visite pubbliche ai laboratori e si può quindi fare una passeggiata indimenticabile, sospesa sui carriponte, dai quali è possibile assistere all’incredibile lavoro di artigiani di ogni genere. C’è il padiglione Benois, dove si realizzano le scenografie (che appaiono molto più grandi di quanto si possa immaginare). E poi il Caramba, dedicato ai costumi, dove sarte superspecializzate confezionano i nuovi modelli, ma dove vengono anche conservati quarantamila abiti di spettacoli passati, pronti ad essere riutilizzati per nuove edizioni soprattutto all’estero. Sino alla sala Visconti dove cantanti e coro provano in vista del debutto in uno spazio scenico perfettamente corrispondente al palcoscenico del Piermarini. Insomma: un dietro le quinte affascinante quanto lo spettacolo in sé.

Da pochi anni nella stessa area, con ingresso sempre da via Bergognone, ha aperto Base Milano, un polo culturale molto amato dai giovani: 6 mila metri quadrati di spazi riconvertiti per incontri, esposizioni, concerti (c’è un auditorium di 150 posti), co-working, caffetteria e tanto altro. Una piazza coperta che val la pena di frequentare.

Mudec - scalinata - Wilam Viganò

Usciti dai laboratori su via Tortona, dopo pochi passi eccoci al MUDEC, l’avveniristico Museo delle Culture inaugurato in occasione di Expo 2015. Progettato dall’architetto inglese David Chipperfield, è stato ricavato dall’ex Stecca delle Acciaierie ed è costituito da un impattante serie di parallelepipedi di zinco-titanio. All’ingresso eccoci nel grande atrio, su cui danno biglietteria, bistrot, design store, sala conferenze, laboratori per bambini, guardaroba… insomma tutti i servizi. Tanto per definire il livello, il bistrot ospita l’unico ristorante milanese a tre stelle Michelin, guidato da Enrico Bartolini.

Dall’atrio si accede con un ampio scalone in pietra nera al fotografatissimo salone del primo piano, una piazza coperta che è un trionfo di luce e movimento, fatta di pareti curve e nuvole rivestite di vetro opalino. Da qui si diramano gli ingressi per il teatro, l’auditorium e soprattutto i percorsi e gli spazi sia delle esposizioni permanenti (libere) che di quelle a tema (talvolta, ma non sempre, a pagamento). Le mostre a tema sono le più varie – dai 50 anni della Barbie alle ricerche pittoriche di Frida Kahlo – ma val la pena di accennare alla storia della collezione permanente che dispiega una raccolta di oltre 7000 reperti etnografici (opere d’arte, oggetti d'uso, tessuti e strumenti musicali) provenienti da tutto il mondo e che coprono un arco temporale che va dal 1200 avanti Cristo fino al XX secolo.

I nuclei delle Raccolte che compongono la collezione del MUDEC sono entrati a far parte del patrimonio civico di Milano in momenti storici diversi e a diverso titolo. Il primo di questi nuclei, quello più antico e portante, sul quale si sono venuti a formare tutti gli altri, è la collezione Settala. Manfredo Settala era un canonico nato a Milano l’8 marzo del 1600, figlio della numerosa nidiata (pare fossero in 18!) di un protomedico piuttosto abbiente che gli permise di soddisfare le sue curiosità per l’esotico, finanziandogli un lungo viaggio in Oriente dal quale il nostro eroe rientrò con una quantità di souvenir da lui definiti “turcheschi”. Entrato nelle grazie del cardinale Borromeo che stava allestendo la sua Ambrosiana, venne nominato canonico della basilica di San Nazaro, per lui il “posto fisso” che gli assicurerà una, seppur modesta, rendita a vita che gli permise però di dedicarsi, praticamente a tempo pieno, agli amati studi e ricerche. La ricca biblioteca e quadreria ereditate dal padre fomentarono ulteriormente la sua passione per il collezionismo facendo della sua raccolta una delle prime Wunderkammer, o camera delle meraviglie, della città. Nella collezione c’era di tutto: braccia e mani di mummia “lavorati di nastri e bindelli”, la testa di un ippopotamo con tutti “li 12 denti mardiculari venuto dal Congo”, un’iguana che morde una pietra contro il veleno… E poi ancora un compasso galileiano, un gioco di società basato sulla corsa di un lucertola metallica, una macchina del moto perpetuo… e così via. Ma il pezzo più acclamato della collezione, quello che ancor oggi attrae maggiormente i visitatori, è un cassettone dal quale esce all’improvviso una spaventosa faccia di demonio, che si mette a sghignazzare, a cacciare la lingua e a sputare in faccia ai presenti. Il tutto in mezzo ad un enorme fragore di catene di ferro e di ruote per produrre un vero terrore. Nel suo testamento il Settala lasciava tutto ai suoi discendenti maschi e, alla loro estinzione, all’Ambrosiana. Ma già al suo funerale molti pezzi andarono dispersi, altri furono razziati dalla furia napoleonica, poi arrivarono le due guerre con relativi bombardamenti, e solo negli anni ’70 del Novecento si riuscì ad assemblare quel che restava all’Ambrosiana e al Museo di Storia Naturale, dal quale sono poi usciti pochi anni fa per approdare la MUDEC.

Oltre alla collezione Settala, arrivarono quindi oggetti provenienti da esplorazioni varie e missioni di ordini religiosi, testimonianze del periodo coloniale, oggetti d’arte cinese e giapponese esibiti alle grandi esposizioni ottocentesche, piuttosto che le collezioni amerindiane e orientali, portate al sicuro durante l’ultima guerra, nel sanatorio di Sondalo. Il ciclo si conclude quindi con il collezionismo privato del dopoguerra, e con un simbolo del ruolo svolto dall’arte non europea presso le avanguardie del Novecento: la Femme Nue di Picasso, uno degli studi collaterali che l’artista realizzò per Les Demoiselles d’Avignon del 1907 in prestito dal Museo del Novecento.

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