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  • Wilma Viganò

Via San Martino

Aggiornamento: 10 nov 2021

MIRACOLO A MILANO


Oggi vorrei raccontarvi la storia di un giardino segreto di Milano dove è avvenuto un miracolo, ma un miracolo concreto, lì da vedere, alla milanese. Il miracolo è quello della ricomparsa (o, se vogliamo, la “resurrezione” per restare in ambito religioso) dell’antico convento delle Dame Vergini alla Vettabbia.

Nome estremamente evocativo, bisogna riconoscerlo, che definiva un grande convento con un chiostro principale di circa 43 metri per lato, una grande chiesa doppia (con un’aula, come si usava, destinata alle monache e una al culto pubblico), refettorio, vasti giardini con orti coltivati e due preziose cappellette nascoste nel verde. Il complesso era collocato appena oltre le mura medievali, quelle che correvano lungo l’attuale via Molino delle Armi, e l’irrorazione era alimentata del fiumiciattolo della Vettabbia che scorreva lì accanto. Da cui la specifica del nome.

La leggenda narra invece che la prima parte del nome attribuito al convento – cioè quello delle Dame Vergini – sia da far risalire al 1162 quando, per mettersi in salvo dall’invasione del Barbarossa, le dame nobili della città cercarono rifugio nei conventi. Lo spirito organizzativo già non mancava alla città e le povere donne vennero catalogate in tre diversi gruppi: le vergini, le maritate e le vedove. E le vergini finirono alla Vettabbia.

Notizie più precise e documentate fanno comunque risalire il convento almeno al 1236, quando da documenti ufficiali risulta che l’Arcivescovo di Milano era solito concedere indulgenze a chi offriva elemosine per l’ampliamento del complesso. L’idea della sua costruzione è comunque ufficialmente attribuita a San Pietro Martire, un predicatore domenicano ricordato per la sua tenace opposizione alle eresie, e quindi parecchio discusso, tant’è che venne assassinato a Seveso da un sicario. Oggi è sepolto nell’Arca argentata conservata all’interno della basilica di Sant’Eustorgio nella Cappella Portinari. E può tornar utile sapere che la sua protezione è invocata contro il mal di testa.

Ma torniamo al nostro convento che, sin dall’inizio, godette della protezione prima dei Visconti e poi degli Sforza, ma anche di tutta la Milano bene che qui destinava (o sarebbe meglio dire “piazzava”) le figlie nubili che non si era riusciti ad accasare con matrimoni di convenienza. L’ingresso in convento era solitamente accompagnato da una dote e, considerata la nobile origine delle fanciulle, i fondi tutto sommato non mancavano e possiamo immaginare che la vita di clausura, regolata da badesse illuminate, fosse più confortevole, serena e tranquilla di quella delle loro sorelle date in pasto matrimoniale al signorotto di turno. Qui soggiornarono tre sorelle di papa Pio IV de’ Medici, la sorella di San Carlo Borromeo, Corona Isabella, e Francesca Innocenza, sorella del cardinale Pozzobonelli.

Il monastero era stato posto inizialmente sotto la cura spirituale di Sant’Eustorgio, per poi passare nel 1499 sotto quella del più ricco convento domenicano di Santa Maria delle Grazie che ne commissionò importanti interventi di ristrutturazione. Tra questi il rifacimento della facciata della chiesa che venne affidato a Pellegrino Tibaldi, architetto di fiducia di Carlo Borromeo, ma anche l’ampliamento della sala interna e interventi vari al campanile, al portico e al cortile. Colonne in vari stili ornavano i portici e scandivano i loggiati che ospitavano le celle delle monache, mentre sagome di terracotta contornavano gli archi tra i quali era posto un tondo sempre in terracotta. Uno stile che ricorda molto quel poco che è rimasto del Lazzaretto tanto da far ritenere probabile l’attribuzione di entrambi i lavori a Lazzaro Palazzi. Gli storici milanesi dei tempi decantarono inoltre, con dovizia di particolari, la ricchezza e la bellezza degli affreschi che decoravano sia il convento che la chiesa, il cui altare maggiore “era ricoperto d’argento” per le celebrazioni festive.

Ma l’inizio della fine arrivò nel 1799 con le soppressioni napoleoniche e la trasformazione del convento prima in caserma e poi in case d’abitazione. La struttura venne quasi completamente distrutta e le opere d’arte in parte depredate e in parte assegnate ad altre chiese o alla nascente Accademia di Brera. All’inizio del ‘900 il complesso, ormai degradato, venne definitivamente raso al suolo mentre i terreni vennero divisi in lotti favorendo il nascere dell’attuale via Cosimo del Fante.

Ma qualcosa miracolosamente si salvò. Una cappelletta che sorgeva proprio a fianco della Vettabbia ed alcune arcate del chiostro vennero acquistate da un milanese illustre e appassionato della storia della sua città, Antonio Pellegrini Cislaghi, che trasferì il tutto nel bel giardino della sua casa di via San Martino, ricreando un angolo magico con testimonianze e reperti di cinque secoli di storia milanese.

Via San Martino - giardino - Wilma Viganò

Qui, nel bel mezzo di una lussureggiante vegetazione, sembra rivivere il glorioso passato delle Vergini della Vettabbia: un angolo con arcate del chiostro è infatti ambientato con uno sfondo di incisioni del primo Novecento e con un antico dipinto che mostra una facciata “in divenire” del Duomo come mai ce la saremmo immaginata.

Una strettissima scalinata conduce quindi alle celle della parte superiore oggi arredate a studio e pinacoteca con opere di autori lombardi. Ma la vera meraviglia è la cappelletta posta sul fianco. Piccolissima, di poco più di tre metri e mezzo per lato, è preceduta da un delizioso portichetto coperto da volte a crociera. All’interno solo quattro banchetti con altrettante sedute, un fonte battesimale (per la famiglia), ma soprattutto una serie di affreschi cinquecenteschi, di probabile scuola luinesca con al centro una Madonna col bambino benedicente un piccolo San Giovanni e ai lati due santi domenicani. Sulla destra un Cristo risorto appare alla Maddalena mentre una Vergine claustrale libera miracolosamente un bambino dalle fauci di una fiera.

Oggi la tradizione e la passione per la milanesità sono portati avanti da Luigi Pellegrini Cislaghi, bisnipote del mecenate Antonio, che ha dedicato una vita allo studio dell’antico convento ed ha trasformato la bellissima casa di famiglia in una fondazione dedicata alla memoria comune quale contributo all’evolversi del mondo attuale.

Mentre su un muro posto a lato dell’antica chiesina una campanella del Lazzaretto di manzoniana memoria, anch’essa salvata dalla furia dei demolitori, sembra scandire un tempo miracolosamente ritrovato.

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