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  • Wilma Viganò

Via San Barnaba - 1

Aggiornamento: 11 ott 2021

MEMORIE DI UN’ANTICA CHIESA


La passeggiata di oggi ci porta in centro città, proprio dietro il Tribunale, per visitare un ex convento di frati, magazzino di artiglieria, scuderia, ospedale, sala concerti… e poi ancora convento di suore, sede dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, zona industriale, riformatorio… Insomma, sto parlando del grande complesso di Santa Maria della Pace che vi invito a scoprire o a riscoprire con le tante storie che ha da raccontare.

Il tutto ha inizio nella seconda metà del Quattrocento con l’arrivo a Milano di un monaco dissidente, tale Amedeo de Silva, cavaliere portoghese con il pallino della pace. Dopo aver combattuto i Mori, si pente ed è accolto nell’ordine dei francescani ma per le sue idee sovversive viene presto – diciamo così – “incoraggiato” a trasferirsi in Italia, dove certo c’era lavoro per quelli come lui. A Milano Amedeo girava per ogni dove esortando alla carità e gridando “Pace! Pace”!” tanto da attribuire il titolo di “Pace” alla nuova congregazione da lui fondata. A Francesco Sforza, allora Signore di Milano, il De Silva piaceva molto. Guaritore e visionario lo coinvolse in missioni delicate e segrete presso vari potenti e, forse per sdebitarsi, gli fece dono di terreno e relativi capitali per erigere chiesa e chiostro in un luogo allora fuori città, tra le mura cittadine e i Bastioni, nelle vie che oggi conosciamo come via San Barnaba e via Pace.

Nasce così nel 1476 la chiesa di Santa Maria della Pace e il relativo convento articolato su ben quattro chiostri, quelli che oggi ospitano l’Umanitaria. Risulta che il progetto architettonico sia di Pietro Solari, figlio d’arte della famiglia dei Solari, tutti devoti alla casa degli Sforza per i quali parteciparono ai lavori di costruzione del Duomo, della Ca’ Granda e di un gran numero di chiese milanesi. Un inciso: per via delle frequentazioni famigliari, Pietro Solari conosceva bene la fortezza del Duca di Milano, cioè il Castello Sforzesco, e tale conoscenza gli fruttò, qualche anno più tardi, l’invito a Mosca da parte dello Zar per l’edificazione delle mura del Cremlino, che possono così avanzare ascendenze meneghine. Per la cronaca, Pietro Solari a Mosca ci restò per sempre. Vi morì infatti, cieco, nel 1493.

Via San Barnaba - Chiesa Santa Maria della Pace - Wilma Viganò

Ma torniamo alla chiesa di Santa Maria della Pace alla quale si accede dal civico 20 di via San Barnaba. Esternamente l’edificio, che dà su un cortile interno e quindi non è visibilissimo dalla strada, è un tardo gotico-lombardo in terracotta, molto simile alla vicina San Pietro in Gessate. L’interno delle cupole ogivali è oggi totalmente disseminato dal sole fiammante che recinge il monogramma IHS, cioè l’abbreviazione del nome di Gesù. Motivo che ritroviamo quasi ossessivamente nel dipinto-simbolo della chiesa, ospitato nella cappella a sinistra dell’altare maggiore. Nel dipinto la Madonna (Santa Maria della Pace appunto) è raffigurata con un abito totalmente griffato con la parola Pax (Gucci non ha inventato niente!), mentre il Bambino Gesù è collocato in una mandorla raggiante che riprende l’anagramma radiato di Cristo.

Le antiche memorie della chiesa ce la descrivono molto ricca per pitture e sculture, e così fu per i 237 anni che restò ai frati, cioè sino al 1805 quando si scatenò la furia distruttrice di Napoleone, e chiesa e chiostri furono sconsacrati e confiscati per essere trasformati in magazzino di artiglieria, poi scuderia ed infine ospedale. Per fortuna alcune delle opere d’arte che la decoravano (tra cui notevoli affreschi di Bernardino Luini e Gaudenzio Ferrari) furono tempestivamente trasportate alla Pinacoteca di Brera e al Museo Archeologico, ma parecchie andarono disperse. Allo scoccare del Novecento la chiesa venne acquistata per 93 mila lire dai Bagatti-Valsecchi, i fratelli un po’ matti della casa di via del Gesù, mentre i chiostri andarono al Riformatorio Marchiondi. La chiesa subì a questo punto un primo restauro e venne destinata a salone di concerto col nome di “Salone Perosi”. Per la cronaca il Perosi era un sacerdote di quel tempo, insigne musicista e autore di “oratori” che gli hanno procurato un posto d’onore nella storia della musica sacra. A lui si deve l’organo imponente che troneggia dietro l’altare maggiore, ancora perfettamente funzionante.

Ma solo dopo sei anni i proprietari furono costretti a vendere per ragioni fiscali, e la chiesa, con un piccolo fabbricato attiguo, passò per 100 mila lire alla Priora delle Suore di Maria Riparatrice, che provvide alla riconsacrazione e restituzione al culto. L’Ordine delle Suore di Maria Riparatrice era stato fondato a Strasburgo da tale Emilia d’Outremont che, rimasta vedova con quattro figli, sposò i due maschi per poi ritirarsi in convento con le due figlie, dove entrambe morirono ben presto di malattia. Missione dell’Ordine da lei fondato è quello di riparare con la preghiera e l’apostolato alle offese che gli uomini recano alla Divinità. Ma l’ubicazione del convento milanese alle spalle del Palazzo di Giustizia, nel frattempo costruito e quindi zona frequentatissima, creava disagio alla severa vita monacale che necessita di silenzio e d’isolamento. Fatto sta che, dopo qualche anno, le suore ripararono in una villa sui colli attorno a Perugia e la chiesa, con annesso piccolo fabbricato, venne acquisita dalla Luogotenenza per l’Italia settentrionale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che tuttora la utilizza per le proprie funzioni e incontri.

Ma chi sono i cavalieri del Santo Sepolcro? Tanto per definire il livello sono quelli che hanno la precedenza assoluta nelle cerimonie dei palazzi apostolici. La loro missione è quella di sopperire alle necessità del Patriarcato Latino di Gerusalemme e di sostenere le attività ed iniziative a favore della presenza cristiana in Terra Santa. Oggi nella zona di Gerusalemme, l’ordine gestisce un cinquantina di scuole cattoliche che raccolgono circa 15 mila studenti cristiani e musulmani. Risulta che in tutto il mondo i membri attivi dell’Ordine siano circa 28 mila, di cui 6.000 in Italia tra cavalieri e dame. In Francia l’Ordine è il guardiano delle reliquie della corona di spine di Cristo. Un mondo a parte, se vogliamo, che però apre la chiesa alle visite per un paio d’ore la mattina del primo giovedì di ogni mese. E val la pena di farci un salto per assaporare un’atmosfera d’altri tempi.

Chiesa Santa Maria della Pace - interno - Wilma Viganò

L’interno, ad una sola navata, con varie cappelle laterali, è un tripudio di bandiere che immediatamente evocano il mondo cavalleresco. Le volte raggiate si alternano a bellissimi stucchi che incorniciano a loro volta quel che resta degli affreschi cinquecenteschi, mentre sulle pareti parecchie lapidi funerarie, originariamente sul pavimento, contornano un’elegante edicola secentesca ritrovata in un locale secondario. Bellissimi il piccolo battistero barocco e gli angeli a misura d’uomo posti a guardia dei visitatori all’ingresso. Uscendo non dimentichiamo di ammirare il campanile cinquecentesco con tanto di loggia bifora da cui si irradiava il suono delle campane.

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