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  • Wilma Viganò

Via Festa del Perdono

Aggiornamento: 11 ott 2021

LA CA’ GRANDA, L’OSPEDALE PER TUTTI


Considerato che dovremmo essere in piena revisione del Sistema Sanitario Nazionale, oggi vi propongo un tuffo in un benemerito passato. Una passeggiata nel luogo storicamente simbolo della sanità milanese: la Ca’ Granda.

Fino al Quattrocento gli ammalati poveri di Milano trovavano riparo e assistenza in una ventina di piccoli ospedali (generalmente gestiti da religiosi e attrezzati alla meno peggio) sparsi per la città. Quando Francesco Sforza divenne Signore di Milano sposando Bianca Maria Visconti pensò, col pieno appoggio della moglie, di conquistarsi il favore dei nuovi sudditi dotando la città di una un’unica e monumentale struttura per la cura totalmente gratuita - ribadisco: totalmente gratuita - dei cittadini. Nacque così, su un terreno donato dal Duca stesso e posizionato dietro la chiesa di San Nazaro, il “Magnus Domus Hospitalis” di Milano, immediatamente e familiarmente ribattezzato dalla gente “la Ca’ Granda”, e da allora così conosciuto.

La sua costruzione fu finanziata sin dall’inizio da benefattori privati. Ma anche la Chiesa fece la sua parte attraverso la concessione dell’indulgenza plenaria ai donatori di oboli, piccoli e grandi che fossero, che versavano il loro contributo nel corso dell’annuale Festa del Perdono (da cui il nome della via) che aveva luogo il 25 di marzo. Ma attenzione: solo gli oboli degli anni dispari, perché negli anni pari (ed è ancora oggi così) le donazioni vengono destinate alla costruzione (oggi alla manutenzione) del Duomo. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte, tanto per non scontentare nessuno.

Via Festa del Perdono - Ca' Granda, cortile d'onore - Wlma Viganò

La costruzione della Ca’ Granda è andata avanti a tappe, anzi a secoli. In perfetto spirito imprenditoriale meneghino, quando c’erano i soldi si costruiva e quando non ce n’erano più si smetteva, impegnandosi in una raccolta fondi. Ed è per questa ragione che anche l’aspetto architettonico del complesso si può suddividere in tre grandi periodi: la parte rinascimentale sulla destra, quella seicentesca al centro, e quella ottocentesca a sinistra. Tutto visibilissimo osservando le congiunzioni dei vari stili lungo la facciata principale.

Il progetto iniziale, alla base di tutto e rispettato nei secoli, si deve ad Antonio Averulino, detto il Filarete, che era stato “raccomandato” al Duca di Milano da Cosimo de’Medici, in quanto eccellente ideatore dell’Ospedale di Santa Maria Novella a Firenze. E il Filarete non deluse le aspettative presentando un progetto razionale, funzionale e stilisticamente in linea con lo stile rinascimentale che si andava diffondendo. In sintesi: una struttura quadrangolare che immette su un vasto cortile porticato centrale per l’accoglienza dei malati e comunicanti, a destra e a sinistra, con due cortili identici, a loro volta suddivisi “a croce” in quattro cortili. Tutti contornati da arcate in vari stili e materiali. Le prime “crociere”, quelle in cotto costruite dal Filarete e prodotte dalla fornace Curti, furono dedicate alla degenza dei malati e ogni braccio aveva un nome. Il primo, perpendicolare al Naviglio e riservato alle donne, fu dedicato alla “madrina” Bianca Maria Visconti, che a sua volta dettò la dedica spirituale dell’intera struttura all’Annunciazione. Da cui il simbolo della colomba che troviamo in ogni dove.

Tutti i bracci, collegati da un efficiente sistema fognario, erano dotati di acquaioli, cioè lavandini di pietra, e di gabinetti (uno ogni due letti) serviti da acqua corrente e piovana per garantire pulizia costante. Per il riscaldamento c’erano enormi camini, mentre accanto ad ogni letto una finestrella in muratura fungeva da armadietto con tanto di ribalta in legno per i pasti. I letti avevano materassi in piume con coperte in pelle e venivano rifatti due volte al giorno. All’ingresso i malati venivano lavati, confessati (meglio portarsi avanti!), e sistemati in corsia. Uomini e donne rigorosamente separati. Qui venivano visitati da un medico, da un chirurgo e da un barbiere addetto al salasso, ricevendo contemporaneamente in dotazione camiciole di lana, calzature e berrette bianche. Dopo aver fatto una diagnosi e proposto la cura, il medico si recava in spezieria, una sorta di antica farmacia, per preparare le medicine mescolando le erbe e le spezie coltivate nel cortile.

Già a fine Quattrocento, l’Ospedale Maggiore ospitava 1600 persone, tra degenti e personale, tanto che si cominciò quasi immediatamente a soppalcare. Ai vari cortili vennero assegnati nei secoli i nomi delle diverse funzioni ospitate: abbiamo così il Cortile della Legnaia, piuttosto che quello, importantissimo, della Ghiacciaia. Qui, nei mesi freddi la neve, pressata e bagnata, veniva fatta ghiacciare per consentire la conservazione dei cibi e per fini terapeutici (traumi, febbri, gotta…).

Cappella Santa Maria Annunciata - Facciata - Wilma Viganò

Nel frattempo l’ospedale si ampliava. Dopo un primo stop verso la fine del Cinquecento causa mancanza fondi, i lavori di costruzione ripresero nel 1624 grazie all’ingente lascito di un commerciante, Pietro Carcano, che permise l’arruolamento di un pool di architetti tra cui il Richini, che delineò la parte centrale della struttura, con il portale che dà su via Festa del Perdono e il grandioso Cortile d’Onore in granito rosa, marmo bastardo e pietra di Angera. Sul fondo, sopra l’antico sepolcreto, venne eretta la cappella dell’Annunciata. Piccola e piuttosto semplice, la chiesa non ha neanche una facciata nella parte interna “per non alterare – come dicono i documenti dell’epoca – la corte del Richini”. Tra il neoclassico e il barocco, la chiesetta ospita una pala d’altare del Guercino con un’insolita iconografia di Dio Padre calvo che spunta dalle nubi.

Ma la meraviglia per i visitatori d’oggi è costituita dalla sottostante cripta e relativo sepolcreto destinati alle sepolture dell’ospedale, successivamente trasferite via Naviglio alla Rotonda della Besana passando dalla Porta della Meraviglia ancor oggi visibile in via Francesco Sforza. Pare che sotto la pavimentazione, il sepolcreto ospiti tuttora i resti di oltre 5.000 milanesi fornendo uno straordinario archivio biologico per indagini di ogni genere. Architettonicamente la cripta è piuttosto bassa, con volte ad arco sorrette da poderosi pilastri quadrati. Originariamente era tutta decorata con affreschi, ora scomparsi per via dell’umidità. Restano un paio di altari e qualche statua che trasmettono appieno una straordinaria atmosfera.

Arrivati al Settecento, terzo e ultimo “Stop and go” per la costruzione dell’Ospedale Maggiore quando venne definitivamente ultimato grazie alla ragguardevole donazione del notaio Giuseppe Macchio che, notissimo evasore fiscale in vita, volle forse così guadagnarsi il Paradiso. Per quest’ultima parte si scelse di intonacare le mura e di pittarle di rosso mattone. In effetti non sono un granché, ma a caval donato….

Nel 1924 infine, dopo ben quattro secoli, la struttura nel suo insieme venne considerata non più idonea a svolgere i compiti di assistenza sanitaria alla cittadinanza e i servizi vennero trasferiti presso l’adiacente Policlinico e successivamente presso il nuovo Ospedale Maggiore di Niguarda. Pesantemente bombardata nell’agosto del 1943, la Ca’ Granda venne ricostruita recuperando quanto più possibile il materiale originario e tenendo conto della nuova funzione. Dal 1958 infatti l’antico ospedale è sede dell’Università Statale e oggi, anziché di ammalati, pullula di giovani in piena salute. Son pressoché certa che Francesco e Bianca Maria avrebbero approvato la nuova destinazione.

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