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  • Wilma Viganò

Via Conservatorio - 1

Aggiornamento: 11 ott 2021

CHIESA E CAPITOLO DELLA PASSIONE


Oggi vado sul classico. Vi segnalo infatti uno straordinario angolo di Milano che, pur essendo centralissimo, è inesplicabilmente rimasto escluso dagli itinerari turistici anche se conserva un paio di capolavori che, a mio modesto avviso, hanno ben poco da invidiare all’Ultima Cena. Il consiglio, innanzi tutto, è quello di raggiungere via Conservatorio – perché questa è la nostra meta – lungo via della Passione partendo dalla circolare interna di via Francesco Sforza. Sono non più di duecento metri ma vi permetteranno di godere, come diceva Montanelli, uno degli scorci più suggestivi di Milano. Una via silenziosa, costeggiata da abitazioni discrete e signorili, e percorrendola potrete ammirare, avvicinandovi, la prima tappa del nostro percorso: la chiesa di Santa Maria della Passione. Seguiranno, nella seconda puntata della nostra passeggiata, il Conservatorio e Casa Campanini.

Chiesa di Santa Maria della Passione - Facciata - Wilma Viganò

Imponente e maestosa, Santa Maria della Passione è la seconda chiesa più grande di Milano dopo il Duomo. L’origine è un po’ sempre la stessa. Sul luogo sorgeva anticamente una cappellina, meta di pellegrinaggi popolari, che custodiva un affresco con un’immagine miracolosa della Madonna e l’affresco “strappato” è tuttora visibile all’interno, nella quinta cappella di destra.

Poi, verso la fine del ‘400, ai tempi di Ludovico il Moro, iniziarono i lavori per la costruzione dell’attuale basilica, lavori che – a causa della complessità dell’edificio – si conclusero ben tre secoli dopo. E ciò spiega la varietà di stili architettonici e decorativi che ispirarono i tanti talenti che contribuirono alla sua costruzione: dal tardo rinascimentale della facciata al barocco degli interni. Interni che comprendono tre navate con sedici – diconsi sedici – cappelle laterali. Affreschi, dipinti e decorazioni ne fanno una pinacoteca di diritto. Il tutto assemblato in maniera armonica, coordinata e ben conservata.

L’ambiente sarebbe da visitare con guida alla mano, ma se disponete solo del mio podcast mi permetto di dirigere la vostra attenzione innanzi tutto ai due grandiosi organi intagliati, costruiti tra il Cinquecento e il Seicento, posti l’uno di fronte all’altro ai lati dell’altare maggiore. Quello di destra è del mitico Antegnati, mentre quello di sinistra è del Valvassori (il cui organo del Duomo gli costò 20 anni di lavoro, questo tanto per dire l’accuratezza dei suoi lavori). Nel mezzo l’altare maggiore, che più barocco non si può, è decoratissimo con pietre dure e marmi di ogni tonalità di colore, mentre sul retro val la pena di sbirciare un coro ligneo con 29 stalli finemente intarsiati.

Ma alzate ora lo sguardo al cielo per ammirare cupola e volte affrescate con delicati toni del grigio e oro, mentre sui pilastri della navata e sugli altari risaltano una gran quantità di tele ottagonali raffiguranti santi, apostoli e signori della chiesa.

Chiesa di Santa Maria della Passione - Ultima cena  - Wilma Viganò

Innumerevoli i dipinti, ma una menzione speciale va riservata alla pala ospitata nella Cappella Falcucci, sul lato sinistro dell’altare. Si tratta dell’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari che ben sostiene, da sempre, il confronto con il Cenacolo Vinciano di Santa Maria delle Grazie. Già il Vasari la lodava “fece ai frati della Passione un Cenacolo bellissimo, che per la morte sua rimase imperfetto” e nei secoli ne vennero eseguite numerose copie distribuite per Milano e nel mondo. L’opera, oltre a distinguersi per la ricerca fisiognomica e psicologica delle figure, è disegnata in un’insolita prospettiva col tavolo messo per il lungo in direzione dell’osservatore ed ha un curioso sfondo con un improbabile edificio a pianta contrale. Da notare anche l’imponente cornice dorata, un originale datato 1544.

Avviamoci ora sul lato destro dell’abside e qui, dopo aver ammirato il monumento funebre a Daniele Birago, fondatore e soprattutto sponsor della chiesa e dell’annesso convento, raggiugiamo l’ingresso della Sacrestia Vecchia e del Museo della Passione, composto da una galleria di quadri e lapidi, dalla Sala Capitolare e dal Calefactorium. Quest’ultimo – una grande stanza con camino per riscaldarsi nella stagione fredda – è arredato, come la gran parte delle sacrestie, con antichi armadi in noce e un’immensa cassapanca per i paramenti, ma soprattutto custodisce una collezione di oggetti sacri in uso nei secoli alla Passione e una sbalorditiva raccolta di oltre 200 piccoli messali e libri di preghiere, oltre a centinaia, forse migliaia, di immaginette popolari, quelle che le nonne tenevano nei libri da Messa, testimonianza forse unica in Italia dell’artigianato sacro dal Settecento ai giorni nostri.

Ma si arriva poi finalmente al gran finale, cioè alla Sala Capitolare del vicino convento che, da sola, vale la visita. Per chi – e credo siano parecchi – non avesse frequentazione di monasteri, il Capitolo è il luogo dove i padri di livello gerarchico più elevato si riuniscono la sera per deliberare sulle cose pratiche e spirituali del convento. Ancor oggi “avere voce in capitolo” significa poter rendere nota la propria opinione in un contesto prestigioso.

Bene, la Sala Capitolare della Passione venne commissionata dal fondatore – quel Daniele Birago di cui abbiamo prima ammirato il monumento funebre – ad Ambrogio di Stefano da Fossano, meglio conosciuto come il Bergognone, che operò largamente in Lombardia sino alla morte, avvenuta nel 1523. La sala quattrocentesca, di forma rettangolare, è totalmente affrescata con un monumentale ciclo pittorico che ricopre tutte le pareti e il soffitto. La figura di Cristo domina il centro della parete di fronte all’ingresso e sul Cristo convergono tutti i raggi prospettici dei pannelli che lo affiancano. Una perfetta convergenza prospettica studiata per ogni angolo della sala con il preciso intento di creare per il visitatore l’effetto illusorio di partecipare di persona ad un vero e proprio sacro simposio di apostoli, papi, santi e dottori della chiesa. Quasi un’esperienza virtuale ante litteram.

Sopra i dipinti e gli affreschi, 24 lunette contengono mezze figure di santi e canonici, mentre sulla volta una decorazione di cielo stellato si alterna alle vele con elaborate figure grottesche di angeli musicanti, secondo la moda lombarda del periodo. Signori: giù il cappello!

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