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  • Wilma Viganò

Una villa, una chiesa e quattro dipinti

Con l’avvento della buona stagione mi sento di suggerirvi di andar per borghi, cioè andare alla scoperta degli antichi luoghi un tempo fuori dalla cerchia cittadina, luoghi che hanno, anche se con qualche fatica, orgogliosamente cercato di mantenere lo spirito della propria storica identità. E la meta di questa passeggiata è l’antico borgo di Affori, alla periferia nord di Milano (tra l’altro molto facilmente raggiungibile con la linea 3 gialla della metropolitana, fermata Affori Centro).


La storia di Affori parte da lontano. Innanzi tutto il nome, probabilmente dovuto all’abbondanza di fontanili, cioè “ad fontem”, da cui Affoni e poi Affori. Oppure sempre dal latino “a foris”, di fuori, ad indicare che stava fuori dalle mura. Come tutti i borghi, Affori era a prevalente vocazione agricola, soprattutto dedicato alla coltivazione del gelso e conseguente allevamento dei bachi da seta. Fin dall’epoca romana era inoltre attraversato da due importanti arterie sulla via di Como, strade rispettivamente riservate al traffico militare e a quello civile, e fin dal Medioevo contava ben dodici chiese distribuite nel proprio territorio. Ed era da queste parti che già a metà del ‘300 sorgeva la villa dell’ambizioso arcivescovo e signore di Milano Giovanni Visconti, mecenate del Petrarca, che ospitò nel corso del suo soggiorno milanese e da cui fu pubblicamente elogiato per le sue virtù (forse più politiche che spirituali).


Nel ‘700 l’edificio passò al conte Francesco d’Adda e fu in quel periodo che raggiunse il suo massimo splendore. Grande amante dell’arte, il conte fece decorare la dimora da pittori di fama dell’epoca, particolarmente di scuola veneta che si ispiravano all’opera del Tiepolo. Abbellì ulteriormente il parco, questa volta con ornamenti all’inglese, e commissionò due imponenti sculture, i cosiddetti “Serenei”, posti a delimitare l’imponente cancello d’ingresso. Dopo di allora si registrarono altri cambi di proprietà: dai Gherardini ai Trivulzio, dai Visconti d’Aragona ai Tacciola, ed infine ai Litta Modignani, da cui il nome dell’attuale edificio, cioè Villa Litta Modignani. Ma l’inizio del declino della villa ha una data precisa: il 1850 quando venne inaugurata la linea ferroviaria Milano-Seveso delle Ferrovie Nord che costrinse a rinunciare a metà del parco e all’asse prospettico del viale d’ingresso. Estinti anche gli ultimi proprietari, la residenza passò prima alla Provincia e poi al Comune di Milano. Ma il degrado fu pressoché totale: depredata degli arredi e del patrimonio artistico, nel ’43 venne destinata ad ospitare gli sfollati dei bombardamenti aerei. Finché nel 1958 l’architetto Egidio Nichelli venne incaricato della sua totale ristrutturazione dal Comune che destinò gli ambienti ad ospitare alcuni suoi servizi, oltreché la più vasta biblioteca pubblica di Milano dopo la Sormani.

Villa Litta Modignani - facciata - Wilam Viganò

L’edificio ha una struttura a C piuttosto imponente e rigorosa, con le ali laterali che delimitano una piccola galleria delle carrozze con relativo portico. I due fronti hanno semplici ma eleganti facciate decorate (soprattutto quello posteriore) con sinuosi balconi in ferro battuto. Al corpo principale sono collegati ambienti minori, tra cui una scuderia con volta a crociera. Gli ambienti interni conservano invece alcune delle originali e leziose decorazioni che preludono al barocchetto. Come ad esempio la sala azzurra al pianterreno, dove rifulgono delicate pitture alle porte, cartigli vari ed una volta affrescata. Ed è in questo curatissimo ambiente che il Municipio 9 celebra i matrimoni civili della zona. Per la cronaca risulta che qui si sia sposato Vieri, e forse anche Cabrini.

Salendo lo scalone d’onore sulla sinistra del porticato si raggiunge il Salone delle Arti, così definito per la presenza di cartigli dedicati alla Musica, alla Pittura, alla Scultura e alla Poesia. Qui venne presentata per la prima volta La Sonnambula di Bellini e qui venivano organizzati i sontuosi ricevimenti che la giovinetta Cristina di Belgiojoso occhieggiava (perché troppo giovane per parteciparvi) dai balconcini con ringhiera posti in cima ai quattro angoli del salone. Salone che ospitava, nella stagione estiva, uno dei più importanti salotti intellettuali di Milano, abitualmente frequentato dal Manzoni e da Francesco Hayez.

Oggi dal decoratissimo soffitto a cassettoni pende un grande lampadario in ferro battuto e vetri di Murano risalente ai primi del ‘900, mentre un camino a marmi intarsiati, con conchiglione centrale, domina la parete sulla destra. Pare che da questa sala siano stati razziati un buon numero di quadri e opere d’arte, tra cui quattro tele che oggi fanno bella mostra di sé nella Sala degli Arazzi di Palazzo Marino. Sulla sinistra del salone, una minuscola cappella, tuttora consacrata, ospitava le devozioni della famiglia di turno. Sull’altarino è tuttora visibile una Madonna Venerata di scuola lombarda del ‘700 circondata da angeli dorati e puttini svolazzanti, che riprendevano le fattezze dei bimbi di casa. Oggi tutte le sale del piano nobile ospitano libri, libri e ancora libri, oltre che eventi, corsi e attività di vario genere patrocinate dal Comune.

Uscendo non ci è dato di ammirare la grandiosa cancellata originale con i Serenei che, non si sa per quale ragione, negli anni ’50 del Novecento sono andati a delimitare l’ingresso della non lontana Villa Clerici di Niguarda. Il perché è un mistero.

Chiesa di Santa Giustina ad Affori - Wilma Viganò

In ogni caso, appena usciti da Villa Litta-Modignani, dopo pochi passi incrociamo sulla sinistra una chiesa. E’ la chiesa parrocchiale di Affori, la più venerata delle già citate dodici cappelle medievali della zona, e dedicata sin da allora a Santa Giustina, una martire appartenente ad una distinta famiglia padovana che durante le persecuzioni di Diocleziano del 304 rifiutò di abiurare al proprio credo e venne quindi condannata alla pena capitale. L’attuale struttura è un rifacimento ottocentesco dei precedenti edifici, rifacimento a suo tempo affidato all’architetto Giacomo Moraglia, uno dei progettisti neoclassici più in voga nella Lombardia austriaca a cui si deve anche la chiesa di Santa Maria della Visitazione di via Santa Sofia. Facciata monumentale ma sobria, ha un interno altrettanto austero e semplice che accoglie, qua e là, opere che testimoniano la sua lunga storia. Come l’edicola quattrocentesca dedicata a San Giuseppe e la statua in marmo del divino falegname opera di un artista ignoto e datata 1721; piuttosto che la raccolta di acquasantiere e fonti battesimali della cappella adibita a battistero.

Ma l’attrazione che merita la visita è l’ennesima (credo sia la quarta) “Vergine delle Rocce”, il dipinto leonardesco che sembra ossessionare Milano. La prima versione (e riassumo per grandi linee una vicenda complicatissima) venne commissionata al giovane Leonardo appena arrivato a Milano dalla confraternita laica dell’Immacolata Concezione per essere collocata come pala nella chiesa di San Francesco Grande, ora distrutta. Appellandosi al complicatissimo contratto, i committenti contestarono però l’opera (a loro avviso troppo rivoluzionaria e senza un’iconografia considerata essenziale per i Francescani) tanto da spingere il Maestro a produrre per ripicca una seconda versione ancora più libera e laica in occasione del suo secondo soggiorno milanese. La prima versione è oggi finita, dopo veri passaggi, alla National Gallery di Londra, mentre la seconda, commissionata direttamente dal re di Francia Luigi XII è al Louvre. In ogni caso le polemiche furono talmente tante, sia all’inizio che nel corso dei secoli, che non si è nemmeno tanto sicuri di quale sia l’una e quale l’altra. Polemiche che naturalmente ispirarono e influenzarono gli allievi di Leonardo, che si esibirono in ulteriori versioni. La più nota è quella detta del Borghetto, custodita nella chiesa di San Michele al Dosso, proprio di fronte a Sant’Ambrogio. Questa terza versione è unanimemente attribuita a Francesco Melzi, discepolo e allievo prediletto di Leonardo, che tra l’altro accompagnò il Maestro nel suo ultimo viaggio in Francia e riordinò tutti i suoi scritti dopo la morte.

E poi c’è la quarta versione, quella appunto custodita su un altare laterale della chiesa di Santa Giustina ad Affori, anche lei parecchio controversa. La tela venne donata alla parrocchia con un lascito testamentario datato 1884 dal cavaliere Luigi Taccioli, allora proprietario di Villa Litta. In questo caso l’autore più probabile sembra essere un altro allievo di Leonardo, Marco d’Oggiono, anche se molti tendono ad avvalorare l’ipotesi che si tratti di una realizzazione a più mani. Recenti studi hanno addirittura avanzato la possibilità che il Maestro in persona abbia messo mano ai volti di Maria e dell’Angelo, mentre il paesaggio sul retro sembra portare l’impronta di Bernardino Luini. In ogni caso il valore dell’opera è unanimemente riconosciuto: è stata infatti esposta nel 1939 alla mostra di Leonardo da Vinci al Castello Sforzesco, a Parigi nel 1962, e quindi presentata al Poldi Pezzoli nel 1982 nell’ambito della rassegna dedicata a Zenale e Leonardo.

E se ne avete voglia, potrete anche voi addentrarvi nel confronti stilistici e nelle vicissitudini delle quattro opere, e la storia vi terrà occupati per un bel po’ di tempo

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