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  • Laura Invernizzi

Una storia (anzi tre) da conoscere

Torno sul tema delle serie che ci raccontano storie vere di cui spesso non abbiamo sentito parlare, ma che meritano di essere portate alla luce e a conoscenza al maggior numero di persone.


E’ uscita quasi un anno fa (20 marzo 2020) su Netflix, Self-made: la vita di Madam C. J. Walker – nel titolo originale è sottolineato ispirata alla vita di…


Quattro episodi per raccontare l’intensa, ma relativamente breve vita (è morta a 51 anni nel 1919) di Sarah Breedlove considerata la prima donna americana a diventare milionaria senza aiuti (self made appunto) grazie ad uno speciale prodotto per la cura della cute e dei capelli delle donne afroamericane (aveva lei stessa dovuto affrontare problemi di perdita di capelli).

Prima di diventare la Signora C.J. Walker (cognome del terzo marito) la protagonista della nostra storia nasce nel 1867 in Louisiana, prima della famiglia a nascere libera essendo entrato in vigore l’Emacipation Proclamation (firmato da Lincoln il 22 settembre 1862).

Ad interpretarla Octavia Spencer, premio Oscar per The Help, nel ruolo del marito C.J. Walker, Blair Underwood (vi ricordate in Sex and the City il vicino di casa e fidanzato di Miranda, Robert Leeds?) mentre nel ruolo della figlia Lelia, Tiffany Haddish (se volete conoscere un po’ di più questa attrice e comica c’è – sempre su Netflix – un’intervista con David Letterman 3 episodio 2 stagione).

Una storia straordinaria che la serie mi ha fatto scoprire, anche se i meriti sono purtroppo offuscati da alcune scelte narrative decisamente lontane dalla realtà (non parlo dei balletti, dei match di boxe immaginari o delle musiche moderne, che pur piacendo o meno possono anche starci).


Come ho detto in apertura il titolo originale della serie sottolinea “ispirato alla vita di Madam C. J. Walker” infatti è tratto dal libro On Her Own Ground scritto da A’Lelia Bundles, e pubblicato nel 2001.

Per anni ha sperato che questo libro – ma soprattutto la storia della sua trisnonna potesse essere conosciuta da molte più persone di quante non avessero fatto il libro e le sue interviste/incontri.

C’è un articolo scritto da lei dal titolo “Il Self made di Netflix soffre di ferite autoinflitte” - sottotitolo – la serie su Madam C. J. Walker opta per un melodramma inventato invece di una drammatica verità.

Le premesse erano positive, la presenza di Octavia Spencer, come ha dato vita a Madam Walker, ha sorriso – scrive inoltre – quando si vedono queste prosperose e ben vestite afroamericane in fastose magioni e alle business convention perché sono poche le persone che abbiamo idea che ci fossero persone nere benestanti ad inizio 900.

Però poi la scelta di trasformare Annie Malone (Madam Walker aveva lavorato per lei e grazie alle sue prime cure era riuscita a migliorare i suoi capelli e da lì ne ha tratto ispirazione per creare il prodotto che poi avvio il suo business) diventa nella serie Addie Monroe, la cattiva di turno, dalla carnagione più chiara (invece era nera) "come se fosse necessario - scriva ancora la Bundles - ai fini della trama mettere in luce solo una persona e non due."

Madam C.J. Walker e Annie Turnbo Malone hanno avuto percorsi e successi simili e dovrebbero essere conosciute non tanto per la competizione (probabile) tra loro ma per quanto hanno fatto per le donne ed in generale per i neri.

Entrambe filantrope, hanno creato infatti scuole e dato lavoro molte donne.

Se da una parte la Walker formava venditrici – sottolineando l’importanza di essere economicamente indipendenti - dall’altra Malone grazie alla passione per la chimica apre una scuola e un centro di cosmetologia ma anche altre attività ed aiuti nella comunità di cui faceva parte.

Entrambe hanno dovuto fare i conti coi mariti, (3 per la Walker) e uno per Malone che si vede sottrarre il patrimonio (lui era presidente della società).

Qui un video su Annie Malone nel caso vogliate saperne di più.


Nel titolo di questa puntata ho menzionato 3 storie da conoscere, sulle prime due ho detto, ora volgiamo lo sguardo sulla figlia di Madam Walker, Lelia.

Nata nel 1885 e rimasta orfana di padre - Mosè McWilliams - quando aveva solo 2 anni, sviluppa fin da subito una propensione alle arti, anche se lavora con la madre e diventa presidente della società alle sua morte.

Fa costruire per la madre una villa a Irvington, conosciuta ora come Villa Lewaro (acronimo di Leila Walker Robinson) coniato pare dal tenore Enrico Caruso che vi andò ospite.

L’edificio – che ha conservato quasi interamente l’aspetto originario – è stato acquistato dalla New Voices Foundation ha tra le finalità l’aiuto alle imprenditrici di colore.

Ma tornando a Lelia (cambio nome in A’Lelia Walker) viene ricordata nel ruolo di mecenate, nella sua casa a NYC ospitava artisti e musicisti e da più parti viene sottolineato il suo contributo alla Harlem Renaissance.

Nella serie si porta alla luce la sua omosessualità, ma non ci sono basi certe che fosse così (come la madre si è sposata 3 volte e condivide con lei purtroppo anche la causa di morte – avvenuta a soli 46 anni nel 1931 - emorragia celebrale dovuta ad ipertensione).

C’è un libro in arrivo – o almeno le indicazioni nell’articolo citato prima lo davano per il 2021 – su di lei The Joy Goddess of Harlem sempre scritto da A’Lelia Bundles.


Mi auguro che per queste 3 donne possano arrivare documentari di approfondimento (insomma Netflix deve farsi perdonare per gli scivoloni di Self Made)…di cui comuque non sconsiglio la visione, pur sapendo che non stiamo guardando l’esatta storia, ci sono sempre spunti interessanti nei dialoghi e nelle dinamiche sociali.

Augurandoci – come scritto dalla Bundles – che in futuro ci siano collaborazioni più strette tra gli storici e i produttori di Hollywood.

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