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  • Wilma Viganò

Storia di un cimitero

Tanto per metter le cose in chiaro fin dall’inizio, oggi vorrei raccontarvi la storia di un cimitero. “Allegria!” direte voi, ma se avrete la bontà di accompagnarmi forse sarò in grado di farvi scoprire qualcosa di nuovo, ma soprattutto di farvi constatare, se mai ce ne fosse bisogno, quanto è cambiata Milano nel tempo. Siamo infatti in piazzale Aquileia, oggi una zona verde circondata da eleganti palazzi residenziali, ma un tempo area pressoché disabitata situata “extra moenia”, cioè al di fuori delle mura spagnole di Porta Vercellina. Insomma, la località ideale secondo le autorità sanitarie milanesi del 1576 da destinare alla sepoltura dei morti. Era allora in corso la prima grande peste di Milano, detta di San Carlo, e si era reso necessario l’approntamento di fosse comuni dove far confluire i cadaveri degli appestati. Il tutto naturalmente fuori città per evitare il diffondersi dei contagi. Fu così che nacque il fopponino di Porta Vercellina, diminutivo del termine milanese “foppa”, dall’italiano fossa o buca, e per estensione sepoltura. Sepolture che per i poveri Cristi fino alla fine del ‘700 avvenivano in fosse comuni che, in base alle dimensioni, venivano popolarmente definite “fopponini”, “foppe” o “fopponi”.

Ma dopo poco più di mezzo secolo, Milano viene nuovamente investita da un’altra grande pestilenza, quella detta “del Manzoni” per via della magistrale narrazione nei Promessi Sposi. A questo punto, e siamo nel 1630, grazie ai fondi messi a disposizione dalla famiglia Crivelli, al cimitero viene annesso un lazzaretto con ben 715 capanne dove ricoverare gli appestati e dove costruire una chiesetta per alleviare, anche spiritualmente, le loro sofferenze. La chiesetta viene inizialmente citata come “San Giovannino alla paglia”, con evidente riferimento alla paglia che costituiva il giaciglio dei ricoverati. Col tempo però la chiesa venne ingrandita e strutturata, oltreché destinata ad ospitare le reliquie autenticate dei martiri Faustino, Fortunato, Feliciano e Vitale e ribattezzata col nome definitivo di chiesa di San Giovanni Battista e san Carlo Borromeo al Fopponino.

È di quegli anni anche la recinzione del terreno cimiteriale lungo la quale venne eretta la famosa “Cappellina dei morti” che tuttora si affaccia su via San Michele del Carso e che val la pena di fermarsi ad ammirare come punto di partenza del nostro itinerario. Altro non è che una piccolissima cappella votiva, voluta dalla pietà dei fedeli, che rispecchia appieno la tradizione seicentesca del culto dei defunti. Contiene infatti un piccolo ossario a terra, con vista dei teschi dei morti di peste, e un piccolo altarino addossato alla parete di fondo. Il tutto visibile attraverso un grata in ferro. La pavimentazione è abbassata rispetto al piano stradale a dimostrazione che la storia della città si è stratificata, mentre quella della cappelletta è rimasta immutata. L’aspetto esteriore, molto barocco, è decorato da simboli sepolcrali ed è sovrastato dalla inquietante scritta “Ciò che sarete voi, noi siamo adesso, chi si scorda di noi, scorda se stesso”. Un invito ai passanti a considerare che prima o poi moriamo tutti e per invitare a tener vivo il ricordo dei defunti attraverso la preghiera.

Ma peste o non peste, le necessità cimiteriali milanesi andavano aumentando con l’ingrandirsi della città e fu così che il fopponino si trasformò in foppone. La Confraternita che lo gestiva, detta “Confraternita della Morte”, si vide così costretta a procedere all’acquisto di oltre 12.000 metri quadrati di terreno nell’area oggi compresa tra via Paolo Giovio, via Andrea Verga e via Ercole Ferrario, arrivando addirittura ad includere da inizio ‘800, grazie alle donazioni prima Treves e poi Levi, un’ampia sezione riservata all’inumazione degli ebrei. Due parole però vanno spese per queste pie confraternite, che esistevano un po’ in tutta Italia, e che erano costituite da galantuomini il cui fine, in accordo con gli insegnamenti cristiani, era quello di dare degna sepoltura a coloro che non potevano permettersela, e che venivano spesso abbandonati per strada. Secondo il loro statuto, perseguivano anche fini di natura religiosa, come la santificazione dei confratelli, il culto pubblico e la promozione di opere di carità. Il tutto rigorosamente senza scopo di lucro.

Ma torniamo al nostro foppone che, ribattezzato “Cimitero di Porta Magenta”, divenne ufficialmente uno dei 5 cimiteri comunali milanesi, per poi essere definitivamente dismesso nel 1895 con l’apertura del cimitero Monumentale e quello di Musocco. Smantellato il cimitero, la chiesa con i locali della Confraternita furono adibiti ad oratorio della vicina parrocchia di San Pietro in Sala e, come prevedibile, tutto cadde inesorabilmente in rovina, al contrario del quartiere che li circondava, dove venivano costruiti tanti bei palazzi residenziali. Un gran numero quindi di nuovi fedeli tanto da istituire in loco nel 1958 una nuova sede parrocchiale, disegnata nientepopodimeno che da Giò Ponti (anche lui residente nei dintorni) con la dedicazione di San Francesco d’Assisi al Fopponino. E qualche anno più tardi anche l’adiacente ed antica chiesetta dei santi Giovanni e Carlo viene accuratamente restaurata grazie ad una raccolta fondi tra gli abitanti del quartiere, ma soprattutto grazie all’intervento del Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, cosicché la chiesetta venne da allora ad assumere la funzione di oratorio di riferimento per le celebrazioni religiose della Delegazione milanese dell’Ordine.

Chiesa del Foppino - Wilma Viganò

Ed avendo ben presente questo grande passato, entriamo ora in visita all’antica chiesa del Fopponino varcando il cancello del muro di cinta sui cui due pilastri svettano le copie delle statue settecentesche di San Giovanni Battista a sinistra e San Carlo Borromeo a destra. Gli originali sono conservati all’interno della basilica principale. La facciata è molto semplice, mattoni a vista e tetto a capanna, con una sola porta e finestra centrali entrambe incorniciate da un motivo barocco. L’interno ha una sola navata con due cappelle laterali, una dedicata al Crocifisso e l’altra ad una Madonna in terracotta. L’altare maggiore, in marmi policromi, è anche lui “mooolto” barocco sovrastato da una pala settecentesca con i soliti Giovanni e Carlo affiancati da angeli che liberano le anime del Purgatorio. Il tutto entro una cornice decorata con ricchi intagli e forte rilievo. Lungo la navata quattro grandi tele raffigurano gli Evangelisti alternati alle bandiere e ai simboli dell’Ordine di Malta che danno al tutto un tono medievale e cavalleresco. Lungo la navata centrale spicca per terra una lastra tombale dedicata a Monsignor Stefano Rovellini, deceduto nel 1959, e che in realtà pare celi l’accesso ad un’ampia cripta, ovviamente tombale, dove nei secoli passati venivano sepolti gli affiliati alla Confraternita della Morte.

Per la cronaca l’Ordine di Malta è uno dei pochi ordini medievali tuttora esistenti e gode della totale fiducia del Vaticano per l’impegno umanitario e sociale dei suoi membri impegnati nell’assistenza ospedaliera, oltre che nella difesa della fede cattolica. E’ anche l’unico ordine rimasto che è nello stesso tempo religioso e sovrano, pur non disponendo di un territorio (proprio come le Nazioni Unite). In passato, per entrare a farne parte, si richiedevano quattro quattri di nobiltà paterna e materna, o 350 anni di nobiltà paterna. Oggi occorrono semplicemente risorse finanziarie e/o potere. I membri si definiscono “gentiluomini cattolici animati da altruistica nobiltà d’animo e di comportamento”. In tutto il mondo, tra cavalieri e dame, pare ne esistano circa 13.500 e tra gli italiani si possono citare Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi.

Uscendo per raggiungere la chiesa moderna di Giò Ponti si attraversa quel che resta dell’antico fopponino dove alcune lapidi ricordano i personaggi illustri che qui “riposarono in pace”. Tra loro Melchiorre Gioia (economista), Amatore Sciesa (patriota), Barnaba Oriani (astronomo), Luigi Canonica (architetto) e tanti altri. Una lapide a parte ricorda che qui giacque Margherita Barezzi, prima moglie di Giuseppe Verdi, deceduta a soli 26 anni di encefalite e sepolta accanto all’unico figlio maschio avuto da Verdi, Icilio, morto ad un anno di età proprio mentre la coppia si trovava a Milano.

chiesa di San Francesco d’Assisi al Fopponino - Wilma Viganò

E con una salto siderale di anni e di stile, abbandoniamo il cimitero e procediamo da via Paolo Giovio con la visita alla discussa chiesa di San Francesco d’Assisi al Fopponino, una delle opere più rappresentative di Giò Ponti che, dal Pirellone in poi, è stato indubbiamente uno dei più attivi architetti milanesi del Novecento. Come quasi tutte le chiese moderne o piace o non piace. A me piace, ma capisco che possa sollevare qualche perplessità.

Tutto è architettonicamente impeccabile e coerente, a partire dalla facciata con otto aperture a forma di diamante allungato a simboleggiare l’ascesa verso cielo, ed il portale che ne riprende il motivo. Giò Ponti aveva una concezione dell’architettura come opera d’arte totale e qualsiasi elemento, all’interno come all’esterno, è stato realizzato su suo disegno. Dalle coloratissime vetrate anche loro a forma di diamante, agli otto trittici che illustrano la vita e la preghiera di San Francesco, dai confessionali alle acquasantiere e alla Via Crucis, sino all’organo sopra il portale interno. Per non parlare della grande pala d’altare, la più grande del ‘900 (12 metri per 8) realizzata in due parti come le pagine aperte di un libro. Opera di Alberto Tabusso è dedicata a “Il cantico delle creature”. Anche la cripta, alla quale si accede da dietro l’altare maggiore, è in perfetta sintonia, con due angeli che, in un candore assoluto, custodiscono l’Eucarestia.

Ma tra cotanta eleganza e rigore, ho scovato, come mi piace fare, una piccola nota dissonante che mi ha incuriosita: un quadretto con una dolce e giovanissima Madonna del Parto, una rappresentazione che mi ha sempre intrigata e che non pensavo potesse esistere al di fuori della tradizione toscana. La Madonna incinta è un tema molto particolare sul quale si sono cimentati pochi artisti a partire dal ‘300. Mi risulta che la rappresentazione venne ideata per mostrare che la natura umana del Cristo era veramente umana, e non creata prima in Paradiso come sostenevano i teologi eretici del Medioevo. Ma tutte le interpretazioni circa il concepimento del Cristo vennero condannate dal Concilio di Trento, finirono nel mirino degli inquisitori e le Madonne incinte che si salvarono dovettero essere nascoste per secoli per evitarne la distruzione.

Capirete che una Madonna del Parto figurativa (tra l’altro apparentemente molto venerata) nell’austera modernità e rigore della costruzione di Giò Ponti, non poteva lasciarmi indifferente, anche perché non se ne trovava traccia in alcuna delle innumerevoli descrizioni della chiesa. Ho quindi scritto al Parroco che dopo qualche mese (vabbè, aveva da fare!) m’ha risposto informandomi come il dipinto fosse originariamente posto “all’inizio della scala che portava al piano superiore della vecchia canonica e che fosse stata pittata (chissà quando e chissà da chi) come ringraziamento per una maternità avvenuta”. Poi a qualcuno è venuta l’idea di farne un quadretto da appendere in chiesa, in un angolino defilato verso l’uscita. E da lì, presumo, è iniziato uno di quei movimenti spontanei di adorazione popolare che mescolano desideri, spiritualità e speranza e che hanno dato vita nei secoli alla preghiera per la realizzazione dei desideri “impossibili” agli umani, cioè ai miracoli. Fatto sta che oggi la Madonnina è molto venerata dalle donne che desiderano un figlio e dal numero di ceri che la circondano pare che per fortuna ce ne siano ancora. Anche a Milano.

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