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  • Laura Invernizzi

riflessioni seriali

La vicenda di Djokovic agli Australian Open (riassunta qui) mi ha fatto venire in mente (e non solo a me, perché ho visto un post su IG a riguardo) una serie vista qualche tempo fa su Netflix, a mio modesto avviso poco considerata: Stateless.


Forse il tema non si presta a facili conversazioni e implica sempre considerazioni politiche e sociali profonde. E in questa puntata non terrò nessuna lezione, ma mi limito – come sempre faccio – a portarvi a conoscenza di alcune produzioni che possono fare da spunto per approfondimenti, partendo proprio da questa serie TV, di cui vi leggo subito la sinossi:

Stateless è una serie coinvolgente e attuale che parla di un centro di detenzione per immigrati nel cuore del deserto australiano.

Qui si intrecciano le vite di quattro estranei: una hostess di aerei in fuga da una setta pericolosa, una famiglia di profughi afghani che scappa dalle persecuzioni, un giovane padre stanco di un lavoro senza sbocchi e una funzionaria che lotta contro il tempo per limitare uno scandalo di dimensioni nazionali.

Ideata da Cate Blanchett la serie è ispirata da storie vere, in particolare quella di Cornelia Rau, detenuta per 10 mesi tra il 2004 e il 2005 nell'ambito del programma di detenzione obbligatoria del governo australiano (nonostante il permesso permanente).

Ma prima di arrivare qui c’è tutto un trascorso complesso e a tratti assurdo: nel 1998 iniziò a frequentare un’organizzazione autoproclamata di auto-aiuto, Kenja Communications, (accusata di abusi e lavaggio del cervello), fondata da marito e moglie, Ken Dyers e Jan Hamilton - interpretati nella serie da Cate Blanchett e Dominic Wes. Dopo esserne stata allontanata seguirono diagnosi di disturbo bipolare e schizofrenia con frequenti ricoveri. Scappata dell’ospedale cercò di tornare in Germania (luogo in cui è nata), ma venne fermata dalla polizia. Mentì sulla sua identità (diceva di essere una turista tedesca), non avendo documenti e cambiando la sua storia più volte decisero di trattenerla come sospetta "non cittadina illegale".

Secondo la legge australiana, è richiesta la "detenzione obbligatoria" per i richiedenti asilo che si trovano nel paese senza un visto valido.

E qui mi fermo.


Una delle critiche più frequenti su questa serie è stata la scelta del cast; perché realizzare una serie sui rifugiati in cui 3 dei 4 personaggi principali sono bianchi?

La Blanchett pur comprendendo le critiche, ha incoraggiato gli spettatori a guardare Stateless fino in fondo, indicando la figlia di Ameer, Mina come "il cuore pulsante della storia".

Un ulteriore approfondimento sulla questione si trova sul sito di UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) di cui è Cate Blanchett è Goodwill Ambassador.


La serie intreccia storie personali, rivelando un sistema alle prese con le contraddizioni inconciliabili della protezione delle frontiere. La perdita di identità e dignità è un tema chiave e le crisi personali che i personaggi devono affrontare sono aggravate dalla detenzione.

Spero che Stateless - ha dichiarato la Blanchett- un progetto che in realtà è cresciuto separatamente dal mio lavoro con l'UNHCR, ma che unisce due mondi per me, crei empatia e comprensione per i rifugiati, in particolare quelli che sono stati e sono ancora in detenzione.”

Viviamo in un mondo in cui circa l'uno per cento dell'intera umanità è ora sfollato a causa di conflitti o persecuzioni. Attraverso Stateless, spero di spingere le persone a ripensare a come noi e loro stiamo rispondendo all'attuale crisi degli sfollati. Per capire cosa significa perdere la propria casa, il proprio Paese, la propria identità. Per convincere le persone a entrare in empatia e a porre domande.

E si apre parlando proprio di empatia Living Undocumented - Vite Clandestine, docuserie di Netflix


Provate a immaginare di svegliarvi un giorno e vostro padre è sparito.

Immaginate di tornare a casa e cercare di convincere tutti che andrà bene quando nemmeno voi ne siete certi.

E immaginate di cercare di addormentarvi ogni sera solo per restare svegli per ore perché non riuscire a dormire.

Quella preoccupazione vi ucciderà.

E cercherà di spezzarvi.

Potete guardare un documentario.

E potete dire: “che peccato” ma in fin dei conti è solo qualcosa che vedete in TV e potete spegnarla.

Vivere la vostra vita.


Subito dopo il suo insediamento il presidente Trump ha ordinato all’agenzia federale ICE (Immigration and Customs Enforcement) di seguire una politica di Tolleranza Zero. ICE non si sarebbe più limitata a detenere e deportare criminali, ma avrebbe perseguito ogni uomo, donna o bambino di status irregolare.

Nel 2018 otto famiglie di immigrati illegali negli Stati Uniti hanno permesso a una troupe cinematografica di raccontare le loro vite, accettando il rischio potenziale della deportazione.

E ci sono tante storie che ci vengono raccontate, impossibile non scuotere la testa di fronte a certe scelte o atteggiamenti da parte delle forze dell’ordine o degli agenti dell’ICE, anche se il quadro si comprende meglio con un’altra docuserie che ho trovato sempre su Netflix, Immigration Nation.


Nel corso di tre anni di riprese, Shaul Schwarz e Christina Clusiau hanno catturano le vicende quotidiane di agenti dell’ICE, ma anche attivisti, politici, avvocati e di un'ampia schiera di immigrati privi di documenti, da coloro arrivati di recente spinti dalla disperazione fino ai residenti di lunga data e ai veterani dell'esercito statunitense deportati.

I titoli delle puntate raccontano già molto: Instillare la paura, Mantenere la vigilanza, Il potere del voto, La nuova normalità, Nel modo giusto, Prevenzione attraverso la deterrenza

Non ci sono filtri e gli agenti stessi da una parte sottolineano il fatto di dover sottostare agli ordini, dall’altro di far fatica ad accettare alcune decisioni, oltre alle evidenti contraddizioni che emergono dalle testimonianze.

Non è una visione piacevole, è pesante, ma necessaria a mio avviso.

Netflix – sia per questo titolo che per il precedente – autorizza la proiezioni di questo documentari a fini educativi.


In una delle ultime puntate di Immigration Nation si parla del recupero e riconoscimento dei corpi degli immigrati morti nel deserto e mi è tornato in mente un corso a cui ho partecipato e in cui era presente prof.ssa Cristina Cattaneo (responsabile del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) per parlare del suo lavoro nel riconoscimento dei corpi del naufragio del 18 aprile 2015.

Vi suggerisco di ascoltare la puntata del podcast Labanof che si intitola Dal fondo del Mediterraneo.


Dopo tanta pesantezza nel cuore, chiudo con Little America disponibile su Apple TV+.

Una serie televisiva basata sulla raccolta di storie vere ​​pubblicata da Epic Magazine e da cui è stato realizzato anche un libro (dovrebbe arrivare anche una seconda stagione).

Otto episodi in cui conosciamo la storia di Kabir, lasciato a 12 anni a gestire un motel dopo che i genitori sono stati deportati in India, lo squash che cambia la vita ad una ragazza, lo studente nigeriano che trova la sua strada in Oklahoma.

L’instancabile Ai che riesce finalmente a vincere un crociera in Alaska. L’episodio è stato girato dal figlio della protagonista (vera) della storia

E altre ancora: si sorride, ci si commuove e si spera ci possano essere di nuovo storie così, anche se i tempi – alcune sono degli anni 70 – sono davvero cambiati e le complessità ora sono diverse. Anche l’elezione di Biden non ha cancellato del tutto quanto fatto e deciso da Trump. Alcuni stati hanno scelto di chiudere i centri di detenzione, ma non tutte le persone sono state rilasciate, spesso sono state trasferite in altri Stati, creando ulteriori problemi alle famiglie e già il fatto che i documenti, le cause e le richieste prodotte in questi anni siano migliaia (senza contare gli eventuali ricorsi) ci vorrà del tempo per normalizzare la situazioni - fermo restando l’interesse e la volontà politica per farlo, non diamolo per scontato.


Come dico spesso, è possibile partire da una serie TV per fare una riflessione più ampia, mi auguro che i suggerimenti di visione di questa puntata possano esservi utili, anche alla luce di quanto sta accadendo perché l'essere nati in un paese ricco e con un governo democratico non ci mette al sicuro e le ripercussioni ci sono sempre e coinvolgono tutti.

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