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  • Wilma Viganò

Porta Nuova

Aggiornamento: 11 ott 2021

IL FANTASMA DI BERNARDA VISCONTI


Oggi vi vorrei raccontare una storia di fantasmi.

Fantasmi che, a dire il vero, a Milano scarseggiano, forse per il pragmatismo dei suoi abitanti. Tra i più attivi, e che tuttora risulta in carica, val la pena di ricordare quello di Bernarda Visconti che sembra ancor oggi circolare nottetempo dalle parti degli archi di Porta Nuova.

Castello Sforzesco - Monumento funebre Bernabò Visconti - Wilma Viganò

Bernarda era figlia di Bernabò Visconti, Signore di Milano nel Trecento, che si può ammirare in tutta la sua altezzosa potenza nel maestoso monumento funebre oggi conservato all’ingresso del Museo d’Arte Antica del Castello. L’opera, commissionata dallo stesso Bernabò mentre era ancora in vita, era originariamente coperta di lamine d’oro ed era stata collocata nella chiesa San Giovanni in Conca (attuale piazza Missori) proprio dietro l’altar maggiore in modo che lo scintillio dell’oro oscurasse le immagine sacre che la circondavano, ed affermasse così l’assoluto dominio di Bernabò sulla città! E questo già la dice lunga sul personaggio.

Erano tempi violenti quelli. Alla corte si potevano incontrare Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, ma Bernabò era arrivato a governare dopo aver avvelenato il fratello Matteo, e finì a suo volta avvelenato da una minestra di fagioli propinatagli dal nipote usurpatore Gian Galeazzo.

Il carattere di Bernabò era quel che era e la sua fama venne associata agli eccessi. Aveva sposato una nobildonna di Verona, Beatrice Regina Della Scala che, tra parentesi, si fece costruire una chiesa personale che diede poi il nome al nostro più gran teatro lirico. Da lei Bernabò ebbe diciassette figli, a cui vanno aggiunti quelli nati fuori del matrimonio, tra i quali una ventina ufficialmente riconosciuti.

Bernabò aveva due passioni private: i cani e le donne. Abitava dalle parti dell’attuale piazza Missori in un palazzo denominato la Ca’ di Can per via delle oltre cinquemila belve ringhiose che vi erano ospitate e che erano affidate alle cure dei sudditi milanesi che dovevano badare a che non dimagrissero troppo, ma nemmeno ingrassassero. Pena frustate e multe.

L’altra passione erano le donne tanto che circolava il detto “de chi e de là del Po tot fioi del Bernabò” (di qui e di là del Po tutti figli del Bernabò). Da una delle amanti preferite, tale Giovannola Montebretto, nacque nel 1353 una figlia, Bernarda, ufficialmente riconosciuta e addirittura cresciuta a Palazzo, mentre la madre dovette fuggire per essersi invaghita del capo delle guardie, il bellissimo Pandolfo Malatesta. Insomma, una soap opera medievale.

Pare che Bernarda fosse bella e ardita quanto la madre e, per tenerla tranquilla e per consolidare il regno, venne data in sposa ad un signorotto della Bergamasca ben più vecchio di lei, Giovanni Suardo, e trasferita nel di lui castello di Bianzano. Le cronache dell’epoca riportano il fastoso matrimonio celebrato nel 1367 con l’opulenza tipica delle corti di quel periodo. Ogni portata, composta da carne e selvaggina di ogni tipo (cinghiali, cervi, caprioli, pernici, tutti presentati interi sotto una vernice d’oro), era seguita da un regalo per gli sposi in un crescendo di sontuosità.

Ma a Bianzano l’esuberante ragazza si annoiava a morte e, dopo qualche tempo, ritornò a Milano dal padre, furibondo perché vedeva così svanire la sua alleanza politica. Relegò quindi la figlia a vivere nella rocca turrita di Porta Nuova, quella che si può ancora parzialmente vedere in fondo a via Manzoni. Qui, secondo le cronache, Bernarda si tirò definitivamente la mazza sui piedi mettendo in atto una tresca con tale Antoniolo, una guardia del padre (talis mater…) descritto, sempre dalle cronache dell’epoca, come seduttore più bello che intelligente.

A quel punto Bernabò diede fuori di matto e, per salvaguardare il suo onore, denunciò la figlia e intentò addirittura un processo pubblico sollecitando i giudici all’applicazione di pene esemplari. Certo che quello che era concesso a lui non era concesso alla figlia! Antoniolo fu condannato all’impiccagione, mentre Bernarda venne incarcerata a pane e acqua nella prigione della Rocca con l’intento di farla morire di stenti. Pare che all’ingresso del carcere, in una fredda sera d’inverno, la poveretta venne fatta spogliare e bagnata con secchi d’acqua gelida, pena metaforica per placare i bollenti spiriti. Nella prigione, Bernarda trovò una compagna di sventura, la cugina Andreola, già badessa del Monastero Maggiore, anche lei condannata alla stessa fine per aver avuto una relazione amorosa del genere Monaca di Monza. Le due tapine, facendosi forza a vicenda, sopravvissero sette mesi finché morirono di consunzione e stenti a pochi giorni di distanza l’una dall’altra nell’ottobre del 1376.

Qualche mese dopo però il fantasma di Bernarda cominciò ad essere avvistato qua e là per Milano, e persino in altre città quali Bologna e Firenze. Bernabò, a cui rodeva la coscienza e che temeva per il suo potere, arrivò addirittura a riesumare il corpo della figlia per accertarne pubblicamente la morte. Ma nulla poté contro il suo fantasma che dopo secoli pare vaghi ancor oggi tra i cortili di Santa Radegonda e le arcate di Porta nuova in cerca della pace che non ha mai avuto.

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