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  • Laura Invernizzi

Perché amiamo il crime?

Questa puntata nasce da una serie di riflessioni sul cronaca nera e le modalità di narrazione che scavano nella morbosità.

Non è una cosa nuova, anche in passato avveniva (ne ho parlato anche qui in due puntate n. 16 Serie TV e giornalismo e n. 26 Il processo mediatico del secolo) ed è stato un crescendo perché dai giornali si è passati alla TV, poi l’era dei social ha dato un man forte, amplificando il bacino di utenti raggiungibili/raggiunti e con l’aggravante di titoli acchiappa click per monetizzare.

Una modalità di fare giornalismo che non amo e che da lettrice non apprezzo, ma mi sono posta una domanda: perché invece amo i libri, le serie TV crime, gli articoli o i documentari che raccontano di casi del passato (risolti o cold case)?

Ho cercato una risposta tra libri e progetti che hanno a che fare con la materia, non sono arrivata ad una conclusione univoca ma riporto qui qualche spunto.


Inizio da una rivista che già dal nome dice tutto TIVù (gruppo TivuSat) che si può scaricare gratuitamente dalla loro app (la trovo molto interessante).

L’intero numero di marzo 2020 è dedicato al crime con l’intervista a Carlo Lucarelli ed altri articoli sull’argomento tra cui il progetto Detect di cui torno a parlare dopo.

Glance-Mediametrie - riporta la rivista – nel suo Scripted Series Report annuale segnala che il 41% della programmazione in prime time a livello globale è crime (il dato è riferito al 2019, ma anche lo scorso anno c’è una conferma di questa tendenza). L’analisi viene fatta su oltre 100 canale in 12 paesi.

Indubbiamente – e cito Lucarelli, autore di diversi libri, alcuni sono poi diventati film e serie TV come l’ispettore Coliandro o La porta Rossa, di programmi dedicati al crime come Blu Notte, Profondo nero ecc. - il genere funziona anche nella sua semplicità (delitto, indagini, risoluzione), la particolarità e il successo sta nella narrazione.


Proprio come dice Cristina Brondoni nel libro Dietro la scena del crimine: Morti ammazzati per fiction e per davvero qualsiasi storia, anche piccola, può diventare un giallo. Il giallo sta in piedi perché il lettore viene coinvolto nell’indagine, perché pagina dopo pagina tenta di capire insieme al protagonista, al detective, chi possa essere il colpevole. È un po’ ciò che succede con i fatti di cronaca reali: appassionano perché sono realtà condivise, perché ognuno può farsi un’idea.”


Sue Turnbull, professoressa di comunicazione e media studies presso l’Università di Wollongong, Australia e autrice del libro Crime. Storia, miti e personaggi delle serie tv più popolari - edito in Italia da Minimum Fax - negli anni 90 ha condotto una ricerca sui lettori del genere per comprenderne il motivo e tra le risposte più significative c’era appunto "perché racconta una STORIA."

Siamo affascinati dalle storie e anche un po’ dalle immagini shoccanti – Lucarelli fa l’esempio dell’automobilista (chiunque esso sia) – che rallenta alla vista di un incidente per guardare, capire, farsi un’idea.

In Crime della Turnbull viene citato un altro autore John Cawelti, che sostiene appunto la fascinazione per le storie di omicidi, aggressioni, furti e malefatte di ogni tipo.

Tutto questo attinge dal crimine reale e viene citato un bollettino inglese The Newgate Calendar (18°-19° secolo) che raccontava - anche attraverso le illustrazioni macabre - le storie dei prigionieri in attesa di processo nel carcere londinese esortando tutti - compresi i bambini - alla lettura per far meglio comprendere le conseguenze delle azioni criminose. Paradossalmente ora si dice il contrario; serie TV, film o videogiochi che mostrano violenza e che a detta di qualcuno portano all’emulazione!


Spesso il luogo dove si svolgono le vicende (che siano libri, serie o documentari) ci avvicina ad un determinato prodotto, vuoi perché conosciuto e quindi si rivivono quegli spazi, come ha ammesso anche Sue Turnbull per l’Ispettore Barnaby, che - da britannica espatriata in Australia - guarda/guardava più i paesaggi, le case e l’arredamento che per la storia.

In altri casi l’opposto: luoghi che non si conoscono, particolari…e in questo caso ci aiutano molto le serie TV nel catalogo di Netflix che ci permettono di seguire vicende ambientate in Islanda, Brasile, Finlandia, Polonia, così come paesini sperduti in Francia e da cui emergono dettagli e storie molto lontane da noi.

Ci sono aspetti sociali e dinamiche che vengono sviscerate all’interno di una serie TV, lo spiega sempre la Turnbull per quello che concerne quelle legate alla rappresentazione della polizia inglese e non solo, ma anche nell’introduzione del libro a cura di Luca Barra, professore associato all’Università di Bologna e che dirige la collana SuperTele di Minimum Fax (insieme a Fabio Guarnaccia) che parla di un progetto che ho scoperto durante Il Festival delle serie TV a settembre 2019, ovvero DETECT - Detecting Transcultural Identity in European Popular Crime Narratives: attraverso il crime è possibile seguire il complesso delinearsi dell’identità europea, fatta di alcune costanti tra le molte differenze. Questo progetto riunisce 18 istituzioni europee e 50 ricercatori in 10 paesi della UE coordinato dall’Università di Bologna.

Promosso da DetecT c’è un corso online - i cosiddetti MOOC (corso online aperto e di massa) - sul sito di EDX suddiviso in 8 moduli dal titolo Euro Noir a cui mi sono iscritta, poi vi aggiornerò se passo il test finale con tanto di attestato! (È possibile seguirlo anche senza effettuare alcun pagamento).


Comprendere, capire, analizzare i fatti.

Forse è per questo che siamo attratti dal genere, per fare ordine, trovare una spiegazione o cercarla insieme al detective di turno – come appunto sostiene la Brondoni - che spesso e volentieri è un po’ stropicciato e dovrebbe mettere in ordine la sua vita.


Per quanto riguarda le docuserie tanto in voga in questo periodo (l’ultima che ho visto su Netflix è I figli di Sam) la scelta di utilizzare gli stessi espedienti di una serie TV, quindi di seguire le indagini passo passo da una parte permette di suscitare interesse nello spettatore e dall’altra – almeno io ci faccio caso – di non lasciare spazio alla giustificazione per chi ha perpetrato quei crimini, come purtroppo avviene – l’ho detto anche all’inizio – nel riportare oggi i casi di cronaca nera nei giornali.


Questa trasposizioni – in serie TV più o meno verosimili – e i documentari spesso sono oggetto di critiche, soprattutto da parte dei familiari delle vittime (come avevo detto in occasione di In Plain Sight – puntata 33) perché riaprono delle ferite.

A volte però permettono di non dimenticare quanto accaduto, di smuovere le acque o anche solo di tenere alta l’attenzione su cold case - i casi freddi - quelli rimasti irrisolti, Unsolved Mistery e Gregory tra i titoli che mi vengono in mente di Netflix, ma lo stesso I figli di Sam o The Innocent Project che racconta alcuni casi di sentenze errate/ingiuste e come queste hanno sconvolto la vita delle persone coinvolte. Il titolo fa riferimento all’organizzazione no profit che si batte per far ottenere giustizia ai condannati ritenuti innocenti (secondo vari studi la percentuale si aggira tra il 2.3 al 5 % delle persone in carcere) in particolare con la richiesta di verifica del DNA, cosa non possibile nelle indagini e nei processi fino ad una trentina di anni fa.

Ecco come avete capito da questa lunga disquisizione non sono arrivata ad una conclusione o meglio si intravedono delle risposte, ma non ne esiste una valida per tutti.

Indubbiamente la curiosità di conoscere cose – anche quelle che oscure – mi porta sicuramente a scegliere determinati libro, serie o documentari.

A volte - spesso - ne esco turbata (parlo di casi reali) soprattutto per le evidenze di errori d’indagine o giudiziarie che hanno pregiudicato la risoluzione del caso o condannato un innocente….e mi auguro sempre che queste visioni possano riaccendere i riflettori su queste vicende (e spesso accade, magari non sempre con la soluzione finale).

Concludo girando la domanda a voi…perché “amate” il crime?

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