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  • Immagine del redattoreWilma Viganò

Non solo Shopping

Via Manzoni angolo Via Montenapoleone

Fare shopping in centro (o forse più realisticamente window shopping) è un’attività che appaga il senso della bellezza delle milanesi. E non solo. Ma la prossima volta che fate su e giù per Montenapoleone, fate in modo di soffermarvi qualche minuto sul fondo, dalla parte di via Manzoni. Resistete dalla tentazione di concentrarvi sulle tante vetrine di Armani (e capisco come lo sforzo possa essere piuttosto consistente), e dirigetevi invece sulla destra per prestare attenzione, ma soprattutto per entrare, nella chiesa di fronte dedicata a San Francesco da Paola. D’accordo, tra i due edifici c’è un abisso, ma è una di quelle vertigini stilistiche che Milano offre a piene mani.

La facciata della chiesa, di fine Ottocento, è abbastanza convenzionale: un neo barocco fuori tempo massimo di Emilio Alemagna, un ingegnere pavese strappato alla matematica e specializzato nella progettazione di giardini (mise mano sia a quelli pubblici di Porta Venezia che a quelli del Parco Sempione). Ma c’è una ragione per questa tardiva scelta del barocco. La facciata, realizzata tra l’altro con una raccolta fondi tra i fedeli (crowdfunding si direbbe oggi), doveva – secondo precise istruzioni – annunciare l’affascinante ambiente interno: un connubio pressoché perfetto di barocco e rococò lombardo. Un genere molto romano e forse discutibile per l’innata sobrietà milanese, ma in questa chiesa tutto, fin nei minimi particolari, è realizzato in maniera impeccabile. E soprattutto omogenea, nonostante abbiano impiegato qualche secolo a portare a termine i lavori. Insomma, un perfetto unicum stilistico.

In origine la zona dove ci troviamo era “una delle parti più squallide e desolate” della città, e lo spazio dell’attuale San Francesco da Paola era occupato dalla chiesa di Sant’Anastasia, come ben ricorda il Manzoni nel trentaquattresimo capitolo de I promessi sposi. La gestivano i padri dell’Ordine dei Minimi, uno degli ordini mendicanti più austeri del tempo che avevano la loro base a Santa Maria della Fontana. Ma nel 1623 Sant’Anastasia venne distrutta da un incendio e i frati ottennero l’autorizzazione a ricostruirla, collegandola ad un ospizio e ridedicandola al loro fondatore San Francesco da Paola, il più famoso e pio francescano calabro vissuto nel Quattrocento. San Francesco da Paola era noto per il suo potere taumaturgico nei confronti degli infermi e dei poveri, tant’è che il Papa lo spedì addirittura in Francia alla corte del re Luigi XI afflitto da grave e incurabile malattia, ma era anche popolarissimo per miracoli straordinari come l’attraversamento della stretto di Messina trasportato sulle onde dal proprio mantello e guidato dal proprio bastone. Altro che ponte!

I lavori per la chiesa a lui dedicata partirono però con almeno un secolo di ritardo perché i frati dovettero riparare alla base di Santa Maria della Fontana per via dell’imperversare della peste del 1630, e quando tornarono in centro erano pressoché in bancarotta. Per fortuna intervenne il lasciato di un nobile milanese, Michele Tadino, che diede il via ai cantieri. Il progetto complessivo è, guarda caso, di un architetto di Roma, patria del barocco postconciliare: tale Marco Bianchi, autore tra l’altro a Milano della facciata di Sant’Alessandro in Zebedia.

L’interno a navata unica, morbida e sinuosa, è disegnata su una pianta che riprende la sagoma di un violino, così come tutte le pareti si snodano in un’alternanza di spazi concavi e convessi, con altari e balconcini “affacciati sulla platea liturgica come palchetti di teatro”. Ovunque, sui legni e sui bronzi, sui mosaici e sugli affreschi, spicca la scritta “Charitas”, che risulta fosse incisa sullo scudo dell’Arcangelo Michele apparso a San Francesco da Paola con la raccomandazione di farne lo stemma del proprio ordine. L’altare maggiore è fastosissimo: marmi policromi, pietre dure e bronzi dorati (anche i candelieri furono realizzati da orafi romani) inneggiano al santo di casa, così come la volta e gli ovali delle porte, mentre gli altari laterali e tutto l’arredo si inseriscono perfettamente nelle linee curve e flessuose che rendono lo spazio piacevolmente dinamico. Un inno di esuberanza e teatralità insoliti per Milano che interpreta, come in uno scrigno ma con tutto il fasto possibile, il rinnovato potere e grandiosità della Chiesa della Controriforma. Accanto alla chiesa esisteva anche un convento, oggi scomparso, che i francescani Minimi dovettero forzatamente abbandonare il 20 settembre 1803 in ossequio alle leggi dell’imperatore austriaco Giuseppe II che trasformò tutto il complesso in parrocchia affidandola al clero secolare.

E dopo esserci divertiti a scovare gli innumerevoli dettagli artistici dell’interno della chiesa (compresi i primi lavori dello scultore Gaetano Perego la cui fama universale è affidata alla realizzazione della statua della Madonnina sulla guglia principale del Duomo), avviamoci verso l’uscita (o l’entrata) di via Montenapoleone. Già, perché forse non lo sapevate, ma l’interno della chiesa è raggiungibile anche dal 22 di via Montenapoleone percorrendo un lungo corridoio punteggiato da opere d’arte d’ogni genere e che arriva (o parte a seconda dei casi) dal lato destro dell’altare maggiore. Lungo il corridoio, sporgendosi su un cortiletto interno, si può inoltre scoprire uno dei campanili invisibili di Milano, uno dei tanti miseramente nascosti dalla cementificazione della città.


Terminata la visita alla chiesa riavviamoci verso l’angolo tra via Montenapoleone e via Manzoni dove si erge, maestoso ed imponente, il monumento dedicato al Presidente Sandro Pertini dalla Città di Milano. Veramente d’estate lo si intravvede a mala pena, subissato com’è dalle fronde degli alberi e dal numero esagerato di déhors che hanno invaso la piazzetta dell’area pedonale di via Croce Rossa. Una piazzetta che era stata concepita come un piccolo e tranquillo luogo di sosta con panchine di pietra, qualche albero, lampioni e pavimentazione in blocchi di granito rosa, e per ospitare al centro un omaggio al Presidente più amato degli italiani. Idea encomiabile ed interessante, ma peccato che il monumento (di per sé nemmeno brutto) sia assolutamente ingombrante e sproporzionato rispetto alla piazza, e soprattutto di misteriosa interpretazione. Si tratta in effetti di una fontana a riciclo la cui acqua sgorga da un condotto triangolare per scendere in una vasca collocata al centro della parete posteriore. Così come sulla stessa parete è iscritta la dedicazione a Pertini. Peccato però che siano entrambe completamente invisibili a chi proviene dal centro. Mah!

La parte visibile dalla maggior parte dei passanti è invece costituita da un cubo-scalinata di circa 90 mq ricoperto di marmo di Candoglia grigio e rosato, lo stesso del Duomo, che viene regolarmente scalato (soprattutto da giovani data l’altezza dei gradoni), e impunemente utilizzato come area ristoro (con relativi avanzi). Gran peccato! E pensare che il tutto è stato a suo tempo progettato da Aldo Rossi, uno dei più grandi architetti e accademici italiani degli anni ’80, nel suo tipico stile austero e razionalista per venire poi inaugurato il 3 maggio 1990 in occasione dell’apertura della linea 3 della Metropolitana, di cui Montenapoleone rappresenta una frequentatissima e prestigiosa fermata.


E dopo aver reso omaggio al dibattuto monumento a Pertini, incamminiamoci per pochi passi sulla destra lungo via dei Giardini alla scoperta del Giardino Perego, un piccolo ed elegantissimo parco all’inglese gestito da Orticola Lombardia che l’ha arredato con insoliti giochi per bambini in legno. Il giardino, oggi aperto a tutti, ha un passato nobilissimo. Nacque infatti per volontà della famiglia Perego di Cremnago che, a fine ‘700, acquisirono gli orti del soppresso monastero di Sant’Erasmo risalente almeno al 1346, di cui possiamo vedere quel che resta del chiostro in piazza Sant’Erasmo. Convento prima appartenuto alle Umiliate, poi passato ai Gesuiti e in tempi più recenti adibito a ospedale per bambini.

Originariamente il giardino dei Perego era molto più grande e all’italiana: progettato dall’architetto Luigi Canonica (autore tra l’altro di Foro Bonaparte e dell’Arena) si estendeva fino a via Borgonuovo e comprendeva parterre rettangolari, una grande serra neogotica e una peschiera centrale a forma ellittica. Più tardi, sotto la guida di Luigi Villoresi, l’illustre capo-giardiniere del parco della Villa Reale di Monza, lo stile del giardino divenne “all’inglese”, finché nel 1940 l’urbanizzazione del centro cittadino portò il Comune a stabilire un accordo con la famiglia Perego per la vendita di parte del parco da destinare a sede stradale e a giardino pubblico. Tutte le statue originarie disseminate negli antichi orti furono traslocate e rimasero di proprietà della famiglia.

Tutte tranne una, che oggi possiamo ammirare proprio al centro del giardino. È la statua di Vertunno, il dio etrusco e romano che, cambiando aspetto, personificava la nozione del mutamento delle stagioni. Lo circonda una varietà significativa di alberi ad alto fusto: acero campestre, albero di Giuda, ippocastano, tasso, magnolia… tra cui spicca un bagolaro di grandi dimensioni. È questa una pianta originaria dell’area mediterranea detta anche “spaccasassi” o “albero dei rosari”, molto utilizzata in città per la resistenza all’inquinamento e per la fitta ombra, nonostante i rischi per la pavimentazione stradale per via delle radici che si sviluppano anche in superficie. Quindi attenti tutti ai topicchi!!!

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