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  • Immagine del redattoreWilma Viganò

Nobildonne, prostitute e monache - 1

Oggi propongo di visitare i luoghi di un universo femminile a dir poco “sfaccettato”, e anche molto particolare. Un universo popolato da nobildonne, prostitute, monache e suore. Persone apparentemente molto lontane tra loro, ma tutte riconducibili a zone di Milano e ad una donna straordinaria che lasciò un’impronta indelebile nella storia della nostra città: Ludovica Torelli, contessa di Guastalla.


La nostra storia e la nostra passeggiata hanno inizio da piazza Sant’Eufemia, lungo la prima parte di corso Italia, dove dal 472 (senza il mille davanti) esiste l’omonima chiesa di cui tanto vale parlare subito per orientarci un po’.  Erano quelli tempi in cui la cristianità si andava formando e i vescovi si accapigliavano sull’interpretazione dei Vangeli. Delegato del papa al Concilio di Calcedonia del 451 era Senatore, vescovo di Milano, un tipo pragmatico, furbo e fantasioso, che propose ai colleghi di rimettere la scottante questione delle eresie a qualche morto in odor di santità. E la proposta, anche perché nessuno sapeva come uscirne, fu accettata. Senatore fece allora scoperchiare la tomba di Sant’Eufemia, martire cristiana ai tempi di Diocleziano, e mise in corrispondenza della mano sinistra la pergamena con i canoni fedeli al dogma cristiano, e di quella destra quella con le tesi eretiche. Pergamena che cascò immediatamente a terra mettendo a tacere per qualche secolo le fazioni contrastanti. Peccato che i vescovi non fossero a conoscenza del fatto che i leoni a cui era stata data in pasto Eufemia, intuendo la sua santità le avessero mangiato solo la mano destra… Ma vabbè, non stiamo a sottilizzare. Fatto sta che Senatore, dopo aver risolto tanto brillantemente la questione e tornando a Milano con una reliquia della santa, si sentì in dovere di erigere in suo onore una chiesa su un terreno di sua proprietà. Divenuto anche lui santo, vi è stato poi giustamente sepolto.


Chiesa di Sant'Eufemia - altare - Wilma Viganò

Ma la chiesa di Sant’Eufemia che visitiamo oggi non ha praticamente più nulla di quell’antico edificio, se non la collocazione. Ricostruita nel 1400 e poi ancora rimaneggiata nel corso dei secoli, si presenta con una facciata neoromanica ed un interno decoratissimo, con mosaici e dipinti ispirati al Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. E l’impatto è senz’altro notevole: colorazioni squillanti, strisce bianche e nere che sottolineano colonne e arcate, volte blu stellate, decori di ogni genere. Tra le cerimonie religiose che qui hanno avuto luogo va segnalato il battesimo, nel 1564, di Federico Borromeo, cugino di San Carlo e futuro arcivescovo di Milano e, più recentemente, i funerali di Nilla Pizzi.

E ciò ha una ragione. La chiesa è infatti dotata di un’acustica pressoché perfetta ed è stata molto utilizzata negli anni Cinquanta come sala d’incisione. Qui la Callas registrò I Puritani, Cavalleria Rusticana e la Sonnanbula.


Ma torniamo alla nostra storia principale e, con un salto di circa un millennio, ci ritroviamo ai primi del 1400. Allora tutta la contrada attorno alla chiesa di Sant’Eufemia apparteneva alla famiglia dei Brasca, e pullulava di case, o sarebbe meglio dire tuguri, che non godevano, per usare un eufemismo, di una buona reputazione. Per dirla giusta era il quartiere a luci rosse di Milano dove – tanto per aggiungere un pizzico di colore – svolgeva le sue mansioni anche la Caterina di San Celso (e daje con le chiese!) “di corpo formosissima et in cantare, sonare et ballare forse più elegante che non conveniva ad una proba giovane; più d’ogni instrumento di luxuria abbondantissima et ne le opere della ragione ingeniosissima”. Insomma, una squillo d’alto bordo tanto che il conte Pallavicino la offrì in fin di pranzo a Sua Maestà di Francia Luigi XII. Ma non tutte erano come la Caterina di San Celso, anzi!

Era un quartiere che pullulava di donne derelitte, sfruttate, affamate, ammalate, abbandonate ed è in questa lugubre atmosfera che dopo circa un secolo appare sulla scena Ludovica Torelli, contessa di Guastalla. A venticinque anni era già rimasta vedova due volte, accumulando due eredità, alle quali faceva onore frequentando feste, balli, convegni amorosi, banchetti e cavalcate.

Ma poi improvvisamente – e nessuno sa perché – cambiò completamente atteggiamento, si trasferì a Milano con il padre e, radunando accanto a sé un gruppo di fanciulle nobili e decadute, decise che aiutare le donne in difficoltà, soprattutto le prostitute, sarebbe stata la missione della sua vita.

Per finanziarsi decise di vendere i possedimenti emiliani (nel frattempo eretti a Ducato) al governatore di Milano Ferrante Gonzaga e, con l’immenso patrimonio ricavatone, acquistò tutto il quartiere di malaffare di cui sopra, lo fece radere al suolo rimpiazzandolo – proprio di fianco alla chiesa di Sant’Eufemia – con un monastero, il monastero delle Madri Angeliche, e relativa chiesa/cappella dedicata a San Paolo Converso.

Lei stessa si fece monaca e, nel giorno dell’inaugurazione dell’edificio, mise in piedi una specie di rappresentazione di cui a Milano ancor oggi si parla: le monache furono infatti viste sfilare per le vie della città, a due a due, in abito da penitenza, con una grossa fune al collo a mo’ di capestro, velo nero sul viso e corona di spine sul capo.

Insomma, un vero spettacolo!

E noi, già che ne parliamo, entriamo in visita alla chiesa di San Paolo Converso (il monastero non esiste più) che è uno dei tesori meglio nascosti di Milano. Oggi sconsacrata e sede di eventi culturali (all’ultimo Fuorisalone c’era un aereo parcheggiato al centro della navata!), la chiesa è un perfetto esempio di monumento claustrale a doppia sala, una per le monache e l’altra per il pubblico sul modello della più conosciuta San Maurizio di corso Magenta. Pensata da un ignoto architetto, contiene all’interno una spettacolare raccolta di capolavori dipinti dai fratelli cremonesi Vincenzo, Bernardino e Antonio Campi. Ovunque sono ancora visibili, anche se un po’ malandati, dipinti, stucchi, fregi, rilievi e decorazioni secondo il gusto dell’horror vacui (cioè la paura del vuoto) tipico del tardo Rinascimento. Nel 1619 venne rifatta la facciata (che è quella attuale) su progetto di Giovanni Battista Crespi, mentre è del 1932 il restauro conservativo di tutti gli affreschi affidato all’architetto Paolo Mezzanotte, dopo che la chiesa era stata sconsacrata fin dai tempi dell’invasione napoleonica e destinata ad usi civili.

Dopo il restauro di Mezzanotte (che avrebbe ora assolutamente bisogno di una replica), l’edificio venne destinato a concerti di musica sacra in virtù della sua ottima acustica, proprio come la vicina Sant’Eufemia. Una caratteristica questa che dopo qualche anno, e siamo arrivati agli anni ’60 del Novecento, spinse la casa discografica La Voce del Padrone ad utilizzarla come sala d’incisione. Alla Voce del Padrone subentrò poi Giacomo Mazzini, padre di Mina, che la ribattezzò “La Basilica” proseguendone l’attività di registrazione sino al 1982. Oggi, come già accennato, è proprietà di uno studio di architettura ed è visitabile in occasione di grandi eventi. Un ultimo dettaglio. Di fronte all’ingresso, noterete una colonna con statua anonima di qualche santo, arrivata fin lì dopo varie peregrinazioni. E’ una delle superstiti delle 36 “crocette” esistenti a Milano, cioè gli altarini posti all’incrocio delle strade per permettere agli appestati di seguire le Messe in periodo di pandemia.

Ma tornando alle nostre Madri Angeliche, la vita doveva essere ben dura tra preghiere e assistenza alle prostitute, digiuni e carità, cura dei poveri e malati ma anche sorveglianza dei conventi di clausura dove (vedi la Monaca di Monza) le visite maschili pare fossero frequenti. Insomma, dopo una ventina d’anni, e siamo nel 1553, le povere suore, stremate dalle fatica, chiesero ed ottennero dal Vescovo di diventare loro stesse di clausura e finalmente riposarsi un po’, isolandosi da quel mondo infernale che erano costrette a frequentare. E possiamo anche capirle.

Ma la vita di clausura non era fatta per la nostra eroina che… E qui mi fermo.

Non pensiate infatti che le storie e i luoghi di Milano riconducibili alla contessa di Guastalla siano così terminati.

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