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  • Wilma Viganò

Corso Venezia e via Buonarotti

Aggiornamento: 11 ott 2021

IL LATO B PIÙ FAMOSO DI MILANO


Oggi vi racconto la storia di uno scandalo che coinvolse due gran belle case milanesi di inizio secolo, una in corso Venezia e l’altra in via Buonarotti.

Corso Venezia - Palazzo Castiglioni, facciata - Wilma Viganò

Lo scandalo scoppiò nel 1903 quando apparve al pubblico la facciata del nuovo palazzo di Corso Venezia 47 che, nelle intenzioni del committente, Ermenegildo Castiglioni, e del costruttore, l’archistar dell’epoca Giuseppe Sommaruga, avrebbe dovuto costituire il “manifesto” artistico dell’Art Nouveau a Milano. Cosa che in effetti fu, anche se i passanti milanesi notarono ben altro…

Ma facciamo un passo indietro. Il palazzo era stato commissionato al Sommaruga da un giovane ingegnere, nipote adottivo di uno dei più grandi industriali e benefattori milanesi dell’Ottocento, Ermenegildo Castiglioni, di cui l’ingegnere portava il nome oltre ad una consistentissima eredità. Il Castiglioni Senior era uno che si era fatto da solo. Dopo gli studi in seminario, a soli 17 anni si era messo in proprio, e trafficando in coloniali e spiriti (gli alcoolici di oggi) mise insieme un vero capitale che investì in fabbriche e immobili (praticamente un paio di isolati di Porta Garibaldi). Si occupò di politica dando una mano piuttosto consistente a Mazzini e al Cattaneo, e regalò alla città l’asilo di via Quadrio, tuttora esistente. Destinò inoltre un ingente lascito all’Ospedale Maggiore che gli valse un importante ritratto nella Galleria dei Benefattori, e la sua tomba al Monumentale è una delle più imponenti ed evocative, destinata a rappresentare, come dicono le guide, “in modo realistico-allegorico gli elevati ideali del defunto”.

Insomma personaggio impegnativo che il nipote aveva deciso di onorare costruendo il più bel palazzo della città ad un indirizzo indubbiamente prestigioso – corso Venezia appunto – proprio nel cuore della zona residenziale dell’antica nobiltà milanese. Committenza grandiosa dunque per il Sommaruga, a cui venne chiesto di realizzare un edificio in uno stile, il Liberty o Art Nouveau, piuttosto nuovo per la città: quindi quasi una sfida alla mentalità dei conservatori e dei benpensanti. Il budget non era un problema e l’architetto fece le cose in grande: tre piani, più scuderie e rimessa sul retro, ed una facciata sul corso in pietra e cemento adorna di angioletti, foglie, fiori e persino api. All’interno una cura quasi maniacale per i dettagli, e quella che ancor oggi è, a mio avviso, la più bella scalinata di Milano.

I lavori iniziarono nel 1900 e andarono avanti per quasi 3 anni con grandissime aspettative da parte di tutta la città. Ma quando nel maggio del 1903 furono tolti i ponteggi ed apparve la facciata si gridò allo scandalo. Per l’ardimento di materiali e decori (le novità, si sa, generano sempre critiche), ma soprattutto per i glutei (e non solo) molto provocatori delle due statue di procaci fanciulle che facevano bella mostra di sé ai lati dell’ingresso principale su corso Venezia.

Il Guerin Meschino, giornale satirico dell’epoca, prese addirittura a pubblicare una serie molto seguita di vignette sulle due raffigurazioni, ma soprattutto il popolino coniò una definizione del palazzo molto pungente, che divenne in un battibaleno un tormentone in tutta la città: il nuovo palazzo venne infatti ribattezzato la Ca’ di ciapp, cioè la Casa delle chiappe. Capite bene come dovette sentirsi il povero Castiglioni! Dopo tutto quel lavoro e quell’investimento arrivare ad essere conosciuto con quell’epiteto… e tali furono le pressioni che ad un certo punto costrinse il Sommaruga a rimuovere le due cariatidi sostituendole con due innocui ma altrettanto anonimi fregi.

Ma a Milano non si butta via niente e le due statue, che nell’intenzione dell’autore avrebbero dovuto rappresentare la Pace e l’Industria, finirono nei magazzini della ditta Galimberti, l’impresa a cui era stata affidata la costruzione del palazzo. E qui giacquero per qualche tempo finché il Sommaruga non ricevette un’altra importante committenza.

Via Buonarotti - Clinica Columbus, particolare statue - Wilma Viganò

Si trattava questa volta di costruire una villa di rappresentanza in via Buonarotti 48, di fianco alla Fiera. Il progetto era stato richiesto da tale Luigi Faccanoni, un ingegnere di Savona laureatosi al Politecnico che intendeva metter su casa a Milano. Proveniente da una ricca famiglia imprenditoriale specializzata in opere pubbliche, l’edificio doveva essere il biglietto da visita per l’ingresso nella buona società meneghina. E in effetti lo fu: in perfetto stile Liberty, che si era ormai affermato, comprendeva oltre 30 locali su tre piani, una grande portineria e un ampio giardino. E fu proprio sull’ingresso laterale della villa che dava sul giardino (e quindi un po’ al riparo da critiche e sberleffi), che il Sommaruga ebbe l’ardire di riciclare le due colossali figure femminili della ex Ca’ di Ciapp, suscitando qualche perplessità ma nemmeno tanto.

Dopo la prima guerra mondiale la villa divenne la residenza della numerosa famiglia dell’ingegnere napoletano Nicola Romeo, patron dell’A.L.F.A. che aveva sede lì di fianco, da cui il nome di villa Faccanoni-Romeo. Ma la residenza restò proprietà dei Romeo solo per una ventina d’anni; nel 1938 venne infatti ceduta all’Istituto Missionario del Sacro Cuore che intendeva realizzare una clinica ospedaliera di impronta religiosa, la tuttora esistente clinica Columbus. La ristrutturazione venne affidata nientemeno che a Giò Ponti, che per fortuna si guardò bene dal rimuovere le due procaci fanciulle della scandalo che finirono così per abbellire, e forse nuovamente per scandalizzare, la vista delle povere suore!

Ma non quella di tutti i milanesi che oggi possono tranquillamente ammirarle entrando, con ovvia discrezione, dal bel giardino della clinica sulla destra dell’edificio.

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