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  • Wilma Viganò

Un palazzo, un teatro e una chiesa

Aggiornamento: 22 mar

La passeggiata di oggi ha - come quasi sempre per i miei giri - l’ambizione di portarvi alla scoperta di luoghi di Milano che probabilmente tutti conoscete ma che non vi siete mai soffermati a considerare. Palazzi, monumenti o chiese che avrete visto decine se non centinaia di volte ma che meriterebbero qualche minuto di attenzione. Insomma, mi piacerebbe coltivare in voi quella che oggi viene definita, con una parola molto di moda, “consapevolezza”, cioè quella cosa che aggiunge un pizzico di sapore e di interesse a quello che ci capita di incontrare tutti i giorni in giro per la città.

Detto ciò, passiamo ai fatti… e alle storie. La zona che vi porto a visitare è l’area di Largo Cairoli, non certamente una meta turistica classica, schiacciata com’è da quei due giganti di Milano che sono il Duomo e il Castello Sforzesco. Un’area ovviamente di antica tradizione data la sua centralità che, se vi va, potete veder rappresentata come appariva a fine ‘400 in uno dei dipinti più belli e purtroppo poco conosciuti di Milano, la Madonna Lia, conservata nella Cappella Ducale del Castello Sforzesco. Appena potete andate a vederla. E’ una dolcissima Madonna di Francesco Galli, detto Napoletano, uno degli allievi più dotati di Leonardo, che morì giovanissimo di peste durante un soggiorno a Venezia compiuto insieme al Maestro. La Madonna che richiama la Vergine delle Rocce dello stesso Leonardo tanto da essergli attribuita per secoli, raffigura sullo sfondo, come era diventato di moda a quel tempo, alcuni paesaggi dell’epoca. E la finestra sulla sinistra della Madonna si schiude proprio su quello che è oggi Largo Cairoli, col castello riadattato a struttura difensiva da Leonardo stesso nel 1490, e le case che lo circondano a corona, così come si poteva ammirare dalla nostra destinazione, cioè Casa Dal Verme.

Casa Dal Verme - portico - Wilma Viganò

L’indirizzo da ricercare è via Puccini 3 dove, a parer mio, è nascosto uno dei più bei cortili di Milano. Il che è tutto dire se prendiamo per buona l’affermazione di Stendhal secondo cui Milano possedeva i più bei cortili d’Europa. Lo splendido portico quadrato che cingeva il cortile principale apparteneva alla casa di famiglia dei Dal Verme, una delle più importanti famiglie meneghine, e dico apparteneva perché il cortile e il portone d’accesso sono tutto quanto e rimasto dell’originale lussuosa residenza andata distrutta durante l’ultima guerra mondiale. I Dal Verme erano uomini d’arme, al servizio prima dei Visconti e poi degli Sforza che si sdebitarono donando loro, tra molto altro, un terreno vicino al Castello per costruirci la casa di famiglia. E il palazzo con tanto di lussureggiante giardino dev’essere stato splendido perché i Dal Verme non erano soltanto condottieri abili e rigorosi, ma anche amanti delle lettere e delle arti che coltivavano coi più insigni letterati dell’epoca nel corso di favolose feste che univano il piacere della lettura a quello della buona tavola.

Al cortile rimasto si arriva oggi percorrendo un androne decorato con pitture rinascimentali ottimamente restaurato, così come il chiostro, in perfetto stile bramantesco, con le sue volte affrescate, le decorazioni in cotto e i medaglioni con i profili a bassorilievo di tutte le coppie Sforza, da Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti sino a Ludovico e Beatrice. I motivi decorativi delle volte ricordano altri capolavori milanesi del tempo (da Santa Maria delle Grazie alla canonica di Sant’Ambrogio) piuttosto che raffigurazioni trompe l’oeil incorniciate da svolazzanti nastri dai vivaci colori. La ricostruzione tutt’attorno a questo gioiello è stata a dir poco dissennata e il povero cortile è oggi racchiuso da una morsa di alti palazzoni moderni che sembrano soffocarlo. L’unica soluzione, una volta tanto, è quella di non guardare in alto.

Teatro Dal Verme - facciata - Wilma Viganò

Storia a parte merita il teatro Dal Verme, proprio al di là della strada, all’inizio di via San Giovanni sul Muro. Lo fece costruire a metà Ottocento il conte Francesco Dal Verme, uno dei discendenti che continuava ad abitare il palazzo di famiglia e che però si ritrovava quasi perennemente accampato nello slargo sotto casa il Politeama Ciniselli, una sorta di teatro di strada di second’ordine e di cattiva reputazione. Con piglio prettamente pratico, alla milanese, il conte decide di risolvere la questione alla radice. Compra il terreno e caccia i girovaghi, e in linea con l’ormai consolidata vocazione teatrale del terreno stesso e la tradizione letteraria della famiglia, decide di costruirci un teatro vero e proprio. Insomma, spettacoli sì, ma almeno di un certo spessore!

Fu così che il 14 settembre 1872 venne inaugurato il nuovo teatro. Progettato da Giuseppe Pestagalli, poteva ospitare oltre 3000 persone con una platea trasformabile in gradinata per le rappresentazioni un po’ speciali. La sala conobbe così anni gloriosi con le sue stagioni liriche d’autunno a prezzi popolari. Qui ebbe inizio il successo mondiale de “I Pagliacci” di Leoncavallo con la direzione di un giovane Toscanini, qui venne rappresentata la prima italiana della “Vedova allegra”, qui i futuristi sfidarono la Milano benpensante con il loro “Concerto antirumori”. Anche il teatro venne bombardato durante la guerra e dell’originale si è salvato solo il portico. Ricostruito con forme ottocentesche, per qualche decennio è stato soltanto cinema. Rifatto completamente all’interno e riaperto nel 2001, è oggi un Auditorium affidato alla Fondazione de I Pomeriggi Musicali ed ospita eventi di grande richiamo sia musicali che letterari.

Chiesa di Santa Maria della Consolazione - Wilma Viganò

Ma lasciamo gli edifici dei Dal Verme e, dopo aver fatto pochi passi verso Largo Cairoli attraversando la strada proprio di fronte al teatro, vi invito a prestare attenzione sulla destra alla chiesa di Santa Maria della Consolazione, sotto il cui porticato sarete tutti prima o poi transitati. Ma avete mai pensato di entrare a dare un’occhiata? Va detto che può sfuggire, incastrata com’è tra le case e con la facciata arretrata e coperta da un lungo atrio circondato da una cancellata, ma non sottovalutatela! Originariamente era l’oratorio del Castello, voluto dal Duca Galeazzo Maria Sforza in persona nel 1471 e che qualche anno più tardi venne affidato agli agostiniani. Questi, grazie alle generose elemosine dei milanesi, gli affiancarono un convento, ma nemmeno un secolo dopo i nuovi lavori di fortificazione del Castello rasero tutto al suolo. I frati se ne dovettero andare e solo la chiesa venne ricostruita nel luogo dove si trova ora.

Oggi l’edificio è un mix di barocco seicentesco all’interno e neoclassico ottocentesco all’esterno, con la Vergine e due angeli che si ergono a perenne custodia sopra il porticato. (A questo punto tornate a guardare per aria!). L’aula, ad una sola navata con otto cappelle laterali, è sovrastata da un’imponente soffitto in legno a cassettoni che ospita una notevole serie di dipinti di Camillo Procaccini con le figure degli Apostoli. L’altare maggiore è centrato su una “Deposizione” del ‘400, mentre su un altare laterale si può ammirare la storica pala traslata da un altro oratorio sempre voluto da Galeazzo Maria Visconti per “aversi propizia la Vergine nelle sue disavventure”, da cui il nome Santa Maria della Consolazione. La traslazione dell’opera fu un grandissimo avvenimento per la città. Ebbe luogo nel 1592 “in albis”, cioè la seconda domenica dopo Pasqua. Allora il battesimo veniva somministrato la notte di Pasqua e i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano per tutta la settimana successiva per poi togliersela “in albis deponendis”.

Attualmente la chiesa è un importante punto di riferimento per la comunità filippina e questo spiega, almeno in parte, il culto riservato alla prima cappella sulla sinistra dove spiccano due figure insolite: un bambolotto e un signore in abiti civili molto moderni. Il bambolotto è una copia perfetta di Santo Niño de Cebù, la più antica e venerata statua del Bambino Gesù conservata nelle Filippine. Risale al XVI secolo e fu donata da Ferdinando Magellano in persona, come regalo di battesimo, alla regina di Cebù all’epoca delle sue esplorazioni in quelle terre.

Il signore in abiti civili è invece un beato che, per via dell’attualità del suo abbigliamento, m’è capitato di notare in altre chiese e di cui m’è sembrato opportuno approfondire la conoscenza. Si tratta di Contardo Ferrini, milanesissimo accademico e giurista, forse il più stimato cultore di diritto romano del suo tempo. Laureatosi giovanissimo a Pavia (dove risiedeva nell’appartamento che fu di Ugo Foscolo prima e di Albert Einstein e Ada Negri dopo), divenne professore e Preside in varie università. Frequentò studi di perfezionamento a Berlino e tra le lingue morte, oltre al latino, conosceva l’ebraico, il greco, l’aramaico e il siriaco, lingue che utilizzava abitualmente per leggere la Sacra Scrittura. In un’epoca in cui i docenti universitari erano perlopiù anticlericali, Contardo Ferrini coltivò una forte spiritualità segnando una svolta verso un Cristianesimo attento alle esigenze degli umili, e fu a lui che si ispirò padre Agostino Gemelli per la fondazione dell’Università Cattolica. Morì a soli 43 anni di febbre tifoide e venne sepolto nella cripta della chiesa dell’Università che col suo pensiero aveva contribuito a creare.

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