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  • Immagine del redattoreWilma Viganò

Nobildonne, prostitute e monache - 2

Ed eccoci alla seconda parte della nostra saga di quella donna fuori dal comune che fu nel Cinquecento Lodovica Torelli, contessa di Guastalla.

Brevissimo riassunto della puntata precedente: dopo essere rimasta vedova due volte, Lodovica abbandona i piaceri del suo staterello emiliano e si trasferisce a Milano dove, monetizzate le due ingentissime eredità dei mariti, fonda l’ordine religioso delle Suore Angeliche dotandole di monastero e relativa bellissima chiesa (S. Paolo in Converso). Si converte anche lei e per vent’anni sprona le consorelle (perlopiù nobili decadute) al gran lavoro di “recupero della prostituzione” e assistenza ai poveri e malati, finché le povere suore, stremate dalle fatica, chiedono ed ottengono dal Vescovo di diventare di clausura probabilmente per isolarsi da quel mondo infernale che erano costrette a frequentare.

Ma la vita di clausura non era fatta per la nostra eroina che, abbandonato il convento e sempre dotata di sostanziose finanze, acquistò da un famoso medico di allora, Matteo delle Quattro Marie, una grande casa con giardino lungo quella che è oggi via Francesco Sforza ma che allora era la cerchia dei navigli, vicino a quel laghetto di santo Stefano in cui arrivava il marmo per la costruzione del Duomo. Siamo di fianco all’Università Statale e all’ospedale Maggiore per intenderci ed è qui che iniziamo la nostra passeggiata. L’idea della contessa (progetto che subito divenne di efficiente attualità) era quella di istituire un collegio per educande di buona famiglia che, senza dote o altri mezzi, sarebbero finite in convento o su una cattiva strada, le due destinazioni che aveva combattuto per tutta la vita. Il collegio era ad ordinamento semi-laico con tutela affidata non al vescovo (ci dev’esser stata qualche ruggine con la chiesa) ma al re di Spagna Filippo II. Per cui l’istituto prenderà il nome di Regio Collegio della Guastalla, e come tale sopravvivrà sino ai giorni nostri. Però non nel luogo scelto dalla contessa bensì a Monza. Nella sede originaria subentrerà, dopo il 1945, il Comune di Milano che ne ha fatto sede dei Giudici di Pace.

Ma il grande progetto della contessa, oltre alla casa, comprendeva anche un meraviglioso parco, inizialmente rinchiuso tra mura perimetrali per salvaguardare la privacy delle fanciulle, ma che dal 1939 è diventato un bellissimo giardino pubblico al quale abbiamo già fatto cenno nella puntata n. 16 di A spasso con Wilma. Data la vicinanza del Naviglio, nel giardino era stato allestito anche un laghetto per l’allevamento dei pesci (che, ricco di trote e persici, fungeva da fornitore di alimenti a kilometro zero per il collegio) e che fu particolarmente apprezzato da Maria Anna d’Asburgo, all’epoca regina di Spagna, che in occasione del suo soggiorno presso le educande, soleva rilassarsi tra un’udienza ufficiale e l’altra, dedicandosi alla pesca nel vivaio.


Giardino della Guastella  -  vasca - Wilma Viganò

Più tardi il laghetto venne interrato per ragioni igieniche e al suo posto fu costruita l’attuale grande peschiera barocca, con la vasca a doppia esedra, circondata da due terrazzi uniti da quattro scale di pietra e vivacizzata, nel corso dell’anno, da fioriture di rose e bossi.

Seguendo un percorso circolare, si può iniziare una visita al giardino dall’angolo di destra, dove è si trova una grande edicola, anche lei molto barocca, dedicata alla Maddalena assistita da angeli, purtroppo un po’ scalcagnati. Realizzata nel ‘700 in cotto, pietra naturale e tufo, è coloratissima e dà l’idea di un presepe permanente. Sull’angolo opposto, ecco invece un tempietto neoclassico, con tanto di pronao ionico in pietra calcarea marina, opera nientemeno che di Luigi Cagnola, l’autore dell’Arco della Pace e di quello di Porta Ticinese, che possiamo incontrare di persona ammirando le statue che circondano Napoleone nel cortile d’onore di Brera. All’interno della nicchia del tempietto, oggi miseramente vuota, pare fosse ospitata una ninfa. E poi ancora la fontana in pietra vicentina denominata “del Mascherone”, che si trova all’angolo tra via Guastalla e via San Barnaba; e poi ancora altre statue, fontanelle, effigi e lapidi ma soprattutto alberi: 183 specie arboree secolari, tra cui un albero dei sigari, faggi, ippocastani, aceri, magnolie, platini, tigli, frassini… e chi più ne ha più ne metta.

Ma il côté spirituale della contessa, nonostante i suoi rapporti piuttosto burrascosi con la chiesa, è sopravvissuto alla grande, assieme alla sua vocazione al “fare”. E ne troviamo a tutt’oggi evidenza in un’altra parte della città, e precisamente al 49 di via Buonarroti, di fronte alla clinica Columbus e accanto alla fontana delle Quattro Stagioni (la cui storia, se ne avete voglia, la potete riascoltare con il secondo podcast di questa raccolta). Qui si staglia una chiesa piuttosto imponente, a forma di parallelepipedo con cupola quadrangolare, dedicata alla Sacra Famiglia di Nazareth, chiesa affiancata da un paio di altrettanto imponenti residenze. Si tratta dell’Istituto San Paolo retto dalle Suore Angeliche, discendenti dell’ordine a suo tempo fondato dalla contessa di Guastalla.

Come potete vedere, tutto torna. La chiesa è in stile vagamente eclettico con una facciata del colore rossastro del laterizio a vista, su cui risaltano le tinte chiare del portale con elaborati fregi neri ed oro, del rosone e di altre coloratissime decorazioni. L’interno, molto luminoso, è ad un’unica navata culminante con arcate a tutto tondo e dipinti di buona fattura. Tutto all’insegna di ordine ed efficienza.

La congregazione delle Suore Angeliche, ufficialmente nata, come raccontato nella precedente puntata, nel 1530, è considerata la versione femminile dei barnabiti. E fu papa Paolo III a dar loro la regola di Sant’Agostino e l’abito candido delle domenicane, che ancora indossano. La faccenda della clausura fu parecchio complicata: prima richiesta e concessa, poi annullata da Carlo Borromeo che si avvalse della manodopera materiale e spirituale delle sorelle durante la peste, poi ripristinata (ed è a questo punto che la Torelli se la dà a gambe) finché si giunse, dopo un paio di secoli, alla totale soppressione dell’ordine per mano delle autorità napoleoniche.

Ma nel 1879 il barnabita Pio Mauri ripristinò l’ordine delle angeliche a Lodi, Benedetto XV le esentò definitivamente dalla clausura (era ora!), e le monache divennero suore. Oggi si occupano prevalentemente d’istruzione in Italia e in giro per il mondo, dal Congo all’Albania, dall’Indonesia al Brasile. Insomma, la contessa della Guastalla sarebbe stata orgogliosa di loro.

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