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  • Wilma Viganò

Tre chiese e una colonna

Non pretendo che lo ricordiate, e quindi ve lo ricordo io.

La puntata n. 55 della scorsa stagione era dedicata alle tre chiese attorno al Duomo.

Tre chiese pregevolissime ma sopraffatte dalla magnificenza della Cattedrale. Bene, la stessa situazione si ripete, pari pari, attorno alla basilica di Sant’Ambrogio, quella che i milanesi, tutto sommato, considerano la loro vera cattedrale. Diciamo che il Duomo è un po’ la sede di rappresentanza, mentre Sant’Ambrogio è “casa”.

Sant’Agostino in Caminadella - WIlma Viganò

Ma non divaghiamo, e partiamo per la nostra passeggiata avviandoci sulla destra della basilica, all’inizio di via Lanzone. Al numero 20 troverete la chiesetta di Sant’Agostino in Caminadella. E fate bene attenzione a non bypassarla perché le persiane della parte superiore la fanno apparire come una casa qualsiasi. Bisogna avere la fortuna di trovarla aperta, ma mi risulta che si dica Messa regolarmente e quindi visitarla non è impossibile. Costruita subito dopo la caduta dell’impero, Sant’Agostino in Caminadella può vantare nobilissime origini, visto che le sue fondamenta sembrano corrispondere a quelle del battistero della vicina basilica di Sant’Ambrogio. Del resto la sua funzione originaria è riportata proprio dalla lapide posta sul portale d’ingresso che ci ricorda come Sant’Ambrogio abbia battezzato il divo Agostino, chiamato alla luce della fede, proprio a Milano nella notte del sabato santo dell’anno del Signore 387.

Risistemata come parte dell’intero complesso verso il 1670, la chiesina ha un interno molto semplice: un’unica piccola aula con volta a crociera culminante con un Dio saggio e barbuto. Sull’altare spicca una pala con una “Vergine con Bambino” del ‘400 ridipinta e accostata ai lati da due ritratti a tondo con le effigi di Agostino e Ambrogio, mentre su una parete laterale l’affresco di un anonimo milanese del XVIII secolo raffigura lo storico momento della conversione di Agostino. In un angolo, un pozzo richiama l’antica funzione battesimale, mentre all’uscita, sul lato destro, val la pena di alzare gli occhi per ammirare una dolcissima edicola, perfetto esempio di street art d’antan. Per chi non fosse della zona, “Caminadella” è la via che si snoda attorno alla basilica di Sant’Ambrogio e che deriva il proprio nome dai camini in muratura di cui pare fossero dotate le case signorili di quest’area fin dai tempi del Medio Evo. Insomma, zona di sciuri già da quel dì.

chiesa di San Michele al Dosso - Wilma Viganò

Torniamo ora sui nostri passi sino a piazza Sant’Ambrogio e proprio di fronte alla basilica troveremo la chiesa di San Michele al Dosso, un antico oratorio medievale forse fondato dallo stesso Ambrogio. Quanto al “dosso” della dicitura, altro non si intendeva che il terraggio, cioè il terrapieno delle mura cittadine che correva lungo il Naviglio interno. Di origine medievale, la chiesa venne ricostruita ed ingrandita nel 1483 dalle monache Agostiniane che accanto vi disegnarono il loro grande monastero. Da metà Ottocento la struttura passò alle Suore Orsoline di San Carlo che vi stabilirono la Casa Madre, oltreché uno dei più prestigiosi istituti scolastici della città. Essere andate a scuola dalle Orsoline è tuttora a Milano un prestigioso biglietto da visita. L’interno della struttura conventuale è imponente: due chiostri comunicanti con relative aree residenziali dove, come ricorda una targa, soggiornò anche Francesco Petrarca quando, tra il 1325 e il 1361, venne a Milano ospite dei Visconti. Ne parla nelle sue lettere. E a lui è appunto dedicata una delle tante opere d’arte della Casa, la cosiddetta Madonna del Petrarca, una scultura ritrovata casualmente in quegli anni lungo le sponde del Naviglio ed attribuita ai cosiddetti “Maestri Campionesi”, rinomati scultori provenienti da Campione d'Italia e da altre località dei laghi lombardi.

Sulla destra del chiostro principale, da una porticina discreta e sormontata da una lunetta affrescata, si accede alla chiesa dedicata a San Michele, che è molto particolare. La navata infatti è tutta contornata da un bellissimo coro in legno di noce dipinto, risalente al 1470. Ogni pannello ha una diversa raffigurazione con episodi del Vangelo e santi di riferimento degli ordini monacali. E a questi scranni è legata un’incredibile storia risorgimentale. Si narra infatti che, durante i tumulti del 1848, la chiesa divenne campo di battaglia dei contendenti. Ma le suore Orsoline, ben addestrate (secondo la regola che recita “in caso di conflitto a fuoco buttarsi a terra”) si distesero sul pavimento della loro chiesa e ... si salvarono tutte! E a imperitura memoria della loro prontezza di spirito si possono ancora vedere i fori dei proiettili su alcuni pannelli del coro.

Ma San Michele è famosa per due affreschi. Il primo, di scuola lombarda del Cinquecento, rappresenta la Vergine con Bambino che sovrasta il modello della chiesa che sta per essere edificata sotto la protezione di San Michele (a destra) e San Benedetto (a sinistra). Un dipinto che è il perfetto antesignano dell’attuale “rendering” computerizzato, ma realizzato dai pittori dell’epoca che visualizzavano per i fedeli impazienti la chiesa in divenire allo scopo di raccogliere contributi.

Il secondo quadro è celeberrimo. Si tratta infatti di una terza copia della “Vergine delle Rocce”, in aggiunta alle due attribuite a Leonardo e rispettivamente custodite al Louvre di Parigi e alla National Gallery di Londra. Quella di San Michele al Dosso, detta del Borghetto, è opera di Francesco Melzi, discepolo e allievo prediletto di Leonardo, che tra l’altro accompagnò il Maestro nel suo ultimo viaggio in Francia e riordinò tutti i suoi scritti dopo la morte. A quel tempo era usanza che gli allievi riprendessero i capolavori dei loro Maestri e il dipinto delle Orsoline è, a parere dei critici d’arte, di eccellente qualità, tant’è che alle suore piace raccontare che Leonardo in persona ci abbia messo mano. E magari hanno pure ragione! A loro il dipinto era pervenuto dall’acquisto di una casa, con annessa cappella, in via Borghetto appartenute alla famiglia Belgiojoso e ciò spiega il nome col quale è contraddistinto. Quanto al celeberrimo paesaggio che compare sullo sfondo, lo si può facilmente vedere dal vivo risalendo in bicicletta la Martesana fino alla chiusa di Trezzo d’Adda per poi proseguire in direzione di Lecco per un’altra decina scarsa di chilometri. Va detto che a Milano esiste anche una quarta copia della Madonna delle Rocce, come diffusamente raccontato nella puntata n. 60 di “A spasso con Wilma” che racconta la visita alla chiesa di Santa Giustina ad Affori. E se l’argomento vi interessa, potete sempre recuperare la puntata sul sito di Radio Tomoko.

Oratorio di San Sigismondo

Ma terminate le immancabili disquisizioni su Leonardo (uno degli argomenti preferiti dai milanesi), dirigiamoci verso il lato sinistro della basilica di Sant’Ambrogio dove, nel bel mezzo del chiostro incompiuto del Bramante, troveremo l’oratorio di San Sigismondo, di vago sapore classicheggiante. E’ lì dall’anno 1000, unica testimonianza del groviglio di edifici che erano cresciuti attorno alla grande basilica ambrosiana. Più volte rimaneggiato nei secoli, conserva un pronao, ovvero il piccolo porticato d’ingresso, un po’ particolare. Le colonne e i capitelli sono infatti di riutilizzo, provenienti da qualche tempio o edificio pubblico della Milano romana e qui ricomposti senza andar troppo per il sottile. A Milano verrebbe definito “un piacevole trà insemma”.

Purtroppo anche questo piccolo gioiellino viene aperto piuttosto raramente, ma vi si celebrano regolarmente concerti e cerimonie religiose come battesimi e matrimoni, piuttosto che Messe per gruppi di pellegrini. L’interno è molto semplice, a navata unica con tre volte colonnate ed affrescate. Pare che originariamente anche le pareti fossero interamente affrescate da motivi decorativi di ispirazione orientale purtroppo andati perduti. La pala d’altare, databile alla prima metà del Cinquecento e pesantemente ridipinta nell’Ottocento, raffigura la Vergine e i santi Sigismondo, Desiderio, Pietro e Ambrogio. Deliziosa la piccolissima acquasantiera incastrata nella parete sul fianco dell’uscita laterale. Per la cronaca San Sigismondo, re dei Burgundi, fu il primo sovrano barbaro ad essere proclamato santo. A Milano veniva invocato per la guarigione dalla febbre quartana, una variante molto antica della malaria che si manifesta ogni quattro giorni e per la quale venne coniato il proverbio “La quartana: il vecchio uccide e il giovane risana”.

Ma prima di concludere il nostro giro delle tre chiese c’è un’ultima curiosità a cui riservare la nostra attenzione e che si trova proprio sulla sinistra di San Sigismondo. È la cosiddetta “colonna del diavolo”, una bella colonna di epoca romana sulla quale si possono chiaramente distinguere due fori che sarebbero stati generati da una testata del diavolo.

La leggenda narra infatti che una mattina Sant'Ambrogio, passeggiando per il cortile della vicina basilica, incontrò Satana che cercava di convincerlo a rinunciare alla sua missione di vescovo. Ma Sant’Ambrogio, che era uno che andava per le spicce, lo colpì con un calcio facendolo andare a sbattere con le corna contro la colonna, dove si formarono due buchi. Il diavolo rimase incastrato fino al giorno seguente, quando scomparve nella colonna passando per uno dei due fori, e creando così un varco verso l'inferno. Ancor oggi si dice che, accostandosi in prossimità dei buchi, si riesca a percepire odore di zolfo e a sentire il ribollir dello Stige, il fiume infernale, e che, nella notte precedente alla domenica di Pasqua, si possa intravedere il carro delle anime che porta i dannati all'inferno, alla cui guida c'è naturalmente il diavolo in persona.

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