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  • Immagine del redattoreWilma Viganò

San Vittore non è solo una galera

Aggiornamento: 13 mar

Passeggiata ricca, con tante cose da vedere, tante storie da raccontare e tante emozioni da vivere. Siamo in centro, in via San Vittore, vicino a Sant’Ambrogio. Ci sarete passati tutti (o quasi), con ogni probabilità in veste di scolari, genitori o nonni per visitare il Museo della Scienza e della Tecnologia (ci vanno 600 mila persone l’anno, quindi qualche probabilità c’è), ma quanti si son presi la briga di curiosare nella vicina basilica di San Vittore? E forse non vi sarete nemmeno resi conto che un tempo il museo altro non era che il convento benedettino a cui era annessa la chiesa di cui sopra. Vabbè, vediamo di metterci una pezza e andiamo in visita a tutto il complesso, partendo dalla chiesa il cui nome completo è San Vittore al Corpo. Su questa dicitura esistono varie interpretazioni ma la più accreditata è quella che possa essere riferita al fatto che la basilica era collocata in un “corpo santo”, ovvero in una delle aree cimiteriali cristiane distribuite al di fuori delle mura della città.

Chiesa San Vittore - Wilma Viganò

Anche se la facciata della chiesa, semplice e austera, non rimanda certo alle antichissime origini, nella zona si trovano alcune delle più interessanti testimonianze archeologiche della storia di Milano, come avvalorato dalla recente scoperta nel sottosuolo di un mausoleo del IV secolo, probabilmente edificato su un tempio pagano già esistente, dedicato a Ercole, e destinato alla sepoltura degli imperatori romani. Perché, ricordiamolo, Milano è stata capitale dell’Impero Romano per quasi 150 anni (per la precisione dal 286 al 402). La chiesa cristiana venne invece costruita per la prima volta nell’VIII secolo per ospitare i corpi di S. Vittore e S. Satiro (due santi mooolto milanesi), per poi essere ricostruita intorno al Mille in occasione della fondazione di un monastero benedettino (l’attuale museo) a cura dei monaci della vicina San Vincenzo in Prato (che bisognerà senz’altro visitare in una prossima passeggiata).

I benedettini, che non erano propriamente dei businessmen, nei secoli andarono ad esaurirsi, e quando ne restarono soltanto un paio, convento e chiesa vennero affidati ai ben più abbienti olivetani, appena sbarcati a Milano da Siena. Questi affidarono l’incarico per la ristrutturazione del complesso all’archistar del tempo, quel Gaetano Alessi da Genova già impegnato nel cantiere di un grandioso nuovo edificio della città: Palazzo Marino (come racconto nella puntata numero 25). E l’Alessi – disponendo un budget praticamente illimitato – scatenò la propria creatività, arrivando addirittura a rovesciare l’ingresso alla chiesa, che prima si trovava in corrispondenza dell’attuale coro, mentre la vecchia abside era dalla parte dell’attuale sagrato. Insomma, una giravolta totale.

La facciata, rimasta al tempo incompiuta, riflette una curiosa usanza lombarda secondo la quale è abitudine rifinire accuratamente gli interni di un edificio prima di occuparsi degli esterni. La facciata venne quindi realizzata molto più tardi rispetto alla chiesa e questo spiega il suo aspetto di disarmante semplicità a confronto della sontuosità dei decori interni. Si dice per subentrata mancanza di fondi, ma le malelingue dicono per inaspettati ostacoli tecnici non previsti dal progetto originale dell’Alessi. Mah!

Interno, si diceva, sontuosissimo, di marca cinque/seicentesca a tre navate e sei arcate per lato, che intendeva riprendere, seppure in scala minore, addirittura la basilica di San Pietro in Vaticano. Il tutto sormontato da volte a cassettoni adornati con stucchi ed eleganti riquadri con la raffigurazione di un buon numero di santi le cui spoglie dovrebbero essere conservate da qualche parte all’interno della chiesa.

Chiesa San Vittore - cupola - Wilma Viganò

E la cupola della navata centrale vale da sola la visita. Vi è infatti rappresentato il coro degli angeli più soave di Milano: ottanta angeli musicanti, uno diverso dall’altro, si stagliano su un cielo azzurro intonando un concerto celestiale per celebrare la discesa dello Spirito Santo che domina tutto e tutti dalla sommità. Tutti i cherubini sono raffigurati in altrettanti quadretti di dimensioni decrescenti per rinforzare la percezione dell’altezza. Un vero concerto divino che tra l’altro ha fornito utilissime informazioni agli studiosi circa la ricostruzione storica delle musiche del tempo. Può essere interessante sapere che oggi il canto degli angeli è interpretato dai cori di voci bianche, cioè ragazzi dai 6 ai 13 anni, età in cui si verifica la muta vocale. La prima Schola Puerorum risale ai tempi di Gregorio Magno, ma durante il XVI secolo si diffuse in Europa occidentale l’usanza bizantina ed araba di utilizzare cantanti adulti castrati, la cui voce asessuata si riallacciava al canto degli angeli. Molto apprezzati dai compositori barocchi per il loro virtuosismo, erano molto utilizzati anche nelle chiese dove le donne non potevano cantare. Fine della disgressione.

Altri splendori da non perdere a San Vittore al Corpo: la sontuosa cappella Arese che, dietro un’elaborata cancellata in ferro battuto, schiude un apparato decorativo all’altezza del Bernini; l’imponente coro ligneo dietro l’altare maggiore, dove il pannello di ogni seduta riproduce un episodio della vita di San Benedetto (si dice che sia il coro ligneo il più bello di Milano per via degli intagli su tre livelli) e la seicentesca sacrestia con affreschi, stucchi e preziosi armadi intagliati dal frate olivetano Giuseppe all’inizio del ‘600.

E in un angolo della sacrestia ecco il pezzo più antico di tutto il complesso: il lavatoio dell’anno Mille dove i frati benedettini si purificavano prima di dire Messa. E non è finita! Scendendo una ripida scalinata, si può raggiungere una vasta cripta a tre navate, con volte a crociera sostenute da colonne in granito. Qui viene custodita, in un angolo raccolto, la prima tomba di San Vittore, il giovane soldato romano di stanza a Milano che subì il martirio per la sua fede cristiana ai tempo di Massimiano, e che è stato poi nominato protettore dei prigionieri ed esuli (da cui l’intestazione del carcere per eccellenza di Milano). Qua e là si scorgono testimonianze del tempo passato, come un’elegante acquasantiera ricavata da un capitello originale, piuttosto che un ceppo in pietra sul quale si narra sia stato decapitato il santo.

Fortemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale, e successivamente saccheggiata, la chiesa (e tutto il complesso monastico che la circonda) è stata oggi riportata all’originale splendore soprattutto reinventando un ruolo assolutamente inedito per il convento. L’idea fu di Guido Ucelli, ingegnere, dirigente d’azienda delle Costruzioni Meccaniche Riva e grande mecenate. Era dai tempi del Politecnico che l’Ucelli collezionava reperti scientifici di ogni genere e non gli pareva vero che l’Italia, e soprattutto Milano, non seguisse il corso della scienza.

L’occasione di dar corpo ai suoi sogni si presentò nel 1949, quando si riunì il Comitato per i 500 anni della nascita di Leonardo. Ucelli faceva parte del Comitato e sua fu l’idea di ricostruire il convento di San Vittore, praticamente distrutto dai bombardamenti, per ospitare sia la Mostra dedicata a Leonardo che un nuovo museo della Scienza e della Tecnica. Il convento, restaurato da tre grandi firme dell’architettura quali Portaluppi, Reggiori e Griffini, fu inaugurato il 15 febbraio 1953 e da allora è diventato imprescindibile per i milanesi, i turisti e soprattutto per un gran numero di scolaresche in arrivo da ogni dove. Oggi il museo può contare su 600 mila visitatori l’anno durante il quale organizza in media 300 laboratori entusiasticamente frequentati da 4.000 gruppi scolastici. Un binomio tra scienza, cultura e divulgazione in continuo divenire per le sempre interessantissime nuove acquisizioni.

Sottomarino Enrico Toti - Wilma Viganò

E la più clamorosa di queste acquisizioni fu senz’altro quella del sottomarino Enrico Toti, un bestione lungo 46 metri il cui arrivo in città, la mattina del 14 agosto 2005, mobilitò lungo il percorso una marea di 150.000 persone esultanti. Oggi, date le dimensioni, il sottomarino staziona all’aperto ed è visitabile anche all’interno. Accanto a lui svetta il lanciatore Vega, un missile di 32 metri d’altezza e 3 metri di diametro, una riproduzione in scala 1 a 1 del vettore operativo usato per il lancio in orbita di piccoli satelliti. E sempre in esposizione nell’area spaziale non c’è nientemeno che un frammento di luna. E poi ancora treni, navi e aerei di ogni tipo … compreso il mitico catamarano Luna Rossa di Prada.

Impossibile elencare le varie sezioni del museo e l’infinità degli argomenti presentati nel corso della visita che giustamente si apre con un grandioso omaggio a Leonardo. Marchingegni, disegni, studi di ogni tipo ma, parlando di Milano, mi sembra doveroso segnalare la ricostruzione di due modellini della “Città ideale” basata su testi datati tra il 1487 e 1490 quando Leonardo era alla corte di Ludovico il Moro. Si tratta di riflessioni per migliorare l’efficienza della città dopo la peste di 10 anni prima, che danno molta importanza alla canalizzazione dei corsi d'acqua per renderli vie adatte al trasporto delle merci (vedi i Navigli) o alla costruzione di stalle con accorgimenti per garantire maggiore igiene, o ancora alla suddivisione della città in due livelli per separare le attività produttive da quelle signorili.

E il gran finale del Museo, che nel frattempo ha trasformato la Tecnica della primitiva denominazione in Tecnologia, è riservato al passato, cioè all’ex cenacolo del convento recentemente “tornato alla luce”. Il refettorio era stato, all’inizio del ‘700, una delle opere di abbellimento più notevoli apportate dai ricchi frati olivetani e rappresenta una delle primissime testimonianze di barocchetto lombardo, ben prima dell’arrivo in città di Gianbattista Tiepolo. Lo si raggiunge, alla fine del percorso museale, da un ampio vestibolo sulla cui porta d’accesso è riportata un’iscrizione in latino che celebra la visita dell’imperatrice Elisabetta Cristina, madre di Maria Teresa d’Austria.

L’aula interna è sontuosamente decorata dal lavoro di una coppia di artisti – Giuseppe Antonio Castelli e Pietro Gilardi – ai quali si devono anche le decorazioni del Duomo di Monza. Il primo ha ideato le quadrature architettoniche mentre al Gilardi vengono attribuiti gli affreschi delle scene bibliche, tutte – data la destinazione dell’ambiente – a tema conviviale. Tra queste l’imponente rappresentazione delle Nozze di Cana, il cui fasto scenografico sulla parete di fondo domina tutta la sala. Gli scranni non sono gli originali, che erano andati distrutti durante razzie precedenti. Ce li ha portati il fondatore del museo, Guido Ucelli, che li aveva scovati in una sacrestia ligure in disuso e che gli erano parsi molto adatti ad arredare quella particolare sala del “suo” museo.

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