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  • Immagine del redattoreAlberto Pandiani

Ricerca, scoperta e tribunale

La streptomicina è il primo antibiotico scoperto per la cura della tubercolosi. Viene isolata nel 1943 nei laboratori della Rutgers University, l’università statale del New Jersey, negli Stati Uniti, diretti dal biochimico e microbiologo Selman Waksman che, grazie a questa scoperta, nel 1952, nove anni più tardi, verrà insignito del premio Nobel per la medicina. Ma chi è Waksman e qual è la sua storia?

Selman Waksman nasce nel 1888 vicino a Kiev, allora Impero Russo, da genitori ebrei. Nel 1910, a 22 anni, poco dopo essersi diplomato a Odessa, emigra negli Stati Uniti e frequenta la Rutgers University dove studia Scienze Agrarie. Sei anni più tardi, nel 1916, completa il dottorato e prende la cittadinanza americana.

Selman Waksman in laboratorio
Selman Waksman

Una volta terminati gli studi decide di rimanere in università e inizia la carriera di ricercatore al Dipartimento di Biochimica e Microbiologia.

Luigi Codecasa: "Nel corso della carriera, Waksman e il suo team di ricerca scoprono diversi antibiotici, il più famoso dei quali è proprio la streptomicina che ha permesso finalmente di curare la tubercolosi, la peste bubbonica (per cui ancora oggi è l’antibiotico di prima scelta) e, in generale, tutte quelle infezioni dovute ai cosiddetti batteri Gram-negativi che, semplificando, sono quelli resistenti alla penicillina. In veterinaria la streptomicina è ancora oggi l’antibiotico d’elezione in caso di infezione da batteri Gram negativi."


Waksman è anche il primo ad utilizzare il termine “antibiotico” col significato che intendiamo oggi e cioè di sostanze antibatteriche derivate da altri organismi viventi. Perché all’epoca, per ottenere gli antibiotici, si studiavano le sostanze prodotte da batteri o muffe, e le si mettevano assieme ai batteri che si voleva combattere, dopodiché si osservava cosa succedeva.

In ogni caso il nostro dal 1916 in poi lavora con successo nel suo laboratorio per diversi anni, fino a quando nel 1942 il 54enne Waksman fa l’incontro della sua vita professionale. Nel suo laboratorio arriva un brillante 22enne che gli assomiglia molto, forse troppo. Albert Schatz è nato in Connecticut da padre ebreo russo e madre inglese, entrambi agricoltori. Pensando al proprio futuro nelle coltivazioni, dopo il liceo si iscrive in Scienze del terreno alla Rutgers e, lo stesso giorno del ritiro del diploma, entra a far parte del team di Waksman come assistente post-laurea al Dipartimento di Microbiologia del Terreno. Dopo soli cinque mesi in laboratorio, Schatz viene però chiamato sotto le armi e, data la sua formazione, gli viene assegnato il ruolo di batteriologo nell’aeronautica e mandato a lavorare in ospedale in Florida.

Ma anche qui rimane solo per poco, un infortunio alla schiena gli permette di essere congedato e di tornare quindi nel New Jersey nel laboratorio di Waksman, dove si offre di ricercare un antibiotico utile contro le infezioni dei batteri Gram negativi di cui si parlava prima, per cui non esiste una cura. Per inciso, bisogna dire che proprio nel laboratorio di Waksman era già stato scoperto un antibiotico efficace contro i Gram negativi, chiamato streptotricina, ma era però stato valutato troppo tossico e troppo debole per essere utilizzato.

In ogni caso proprio in quei giorni Waksman viene invitato a ricercare una cura per la tubercolosi ma lui non ne vuole sapere, perché terrorizzato dall’idea di maneggiare un bacillo così pericoloso, ma Schatz lo convince ad accettare, offrendosi di svolgere lui stesso le ricerche. Waksman cede, ma a modo suo: Schatz viene confinato a lavorare da solo nello scantinato del dipartimento con il ceppo più virulento di bacillo di Koch conosciuto; inoltre ha il divieto più assoluto di portare campioni batterici fuori dal laboratorio.


La molecola della streptomicina
La molecola della streptomicina

Nel giro di tre mesi e mezzo, durante i quali dorme su una panca di legno e ha come unico collaboratore l’addetto alle pulizie di notte che lo sveglia se i liquidi nelle provette scendono sotto un certo livello, Schatz scopre che due campioni di batteri (nel caso qualcuno fosse interessato, si chiamano Streptomyces griseus, dell’ordine degli Actinomiceti), trovati uno nel terreno e uno dal tampone della gola di un pollo (sì, avete capito bene: aveva detto ad una sua assistente di fare il tampone a un pollo!) producono una sostanza in grado di fermare la crescita sia del bacillo di Koch, ma anche di molti batteri Gram negativi.

Il pomeriggio del 19 ottobre 1943 Schatz si accorge che i bacilli della tubercolosi sono stati uccisi dal suo estratto di streptomiceti e battezza la sua invenzione “streptomicina”, dal nome dei batteri usati. Immediatamente viene coinvolta un’altra ricercatrice, Elizabeth Bugie, per fare dei test antibatterici e, finalmente…

"Il Primo gennaio 1944 sulla rivista “Experimental Biology and Medicine” viene pubblicato l’articolo a firma Bugie, Schatz e Waksman che dichiara la scoperta di un preparato efficace contro i batteri Gram positivi, i Gram negativi e il bacillo di Koch."

Nell’agosto del ’45 terminano gli esperimenti sulle cavie, l’anno successivo i primi sugli uomini, che vengono confermati nel ’46 tanto da permettere di affermare che la streptomicina è efficace nella terapia di tubercolosi, peste bubbonica, colera, febbre tifoide e altre infezioni resistenti alla penicillina.


Albert Schatz
Albert Schatz

Scoperta la cura, bisogna difenderla ma la legge americana proibisce di brevettare sostanze naturali. Waksman ha un colpo di genio e sostiene senza vergogna che la streptomicina è chimicamente diversa da quella naturalmente prodotta dai batteri. E così convince l’ufficio brevetti. Sia Waksman che Schatz compiono il beau geste di accettare un solo dollaro di compenso, lasciando che sia l’università a guadagnare dal brevetto.

Tutto bene, quindi? Non proprio, innanzitutto il nome di Elizabeth Bugie non compare sul brevetto perché bruscamente liquidata da Waksman. Motivo: è donna e il suo unico interesse è di sposarsi e fare figli. E l’anno successivo, siamo quindi nel 1949, Schatz inizia ad avere dubbi sul comportamento del collega. E ha ragione: Waksman è riuscito a sminuire il ruolo di Schatz, tant’è che poi il Nobel lo prenderà solo lui, e, come se non bastasse, aveva anche rinegoziato di nascosto l’accordo con l’università riuscendo a farsi assegnare il 20% dei profitti derivanti dal brevetto che nel frattempo hanno raggiunto la considerevole cifra di 350.000 dollari (si parla di più di 4 milioni di euro attuali).

Come in tutte le storie di liti americane, anche in questo caso si finisce in tribunale: da una parte Schatz, che rivendica i propri meriti ed è appoggiato da Bugie, e dall’altra Waksman, che sostiene che il vero lavoro l’aveva fatto lui con la scoperta della streptotricina e che l’importanza nella ricerca di Schatz nel 1943 era stata minima, dato che questi era nell’aeronautica in Florida. Di più: Bugie era stata molto più importante e, malgrado questo, il suo nome non compariva neanche sul brevetto e non avrebbe neanche detto niente se Schatz non avesse iniziato a piangere!

La Corte Suprema del New Jersey il 29 dicembre 1950 dà ragione a Schatz, al quale deve essere riconosciuto il merito legale e scientifico in qualità di co-autore della scoperta. Fuori dal tribunale, le due parti si mettono poi d’accordo affinché a Schatz vengano pagati 120.000 dollari e il 3% dei guadagni futuri, Waksman riesce comunque a mantenere il 10% e il 7% viene assegnato in parti uguali agli altri (peraltro numerosi) membri dello staff.

Con l’80% dei guadagni l’università può costruire l’Istituto di Microbiologia Waksman e lo scantinato usato da Schatz per le sue ricerche verrà in seguito trasformato in un museo ancora oggi visitabile. Purtroppo, però, anche questo sarà intitolato a Waksman.

Infine Bugie, che in qualità di generica ricercatrice riceve lo 0,2% dei proventi. Come previsto da Waksman, sposa un collega di laboratorio della Rutgers e ha una figlia. Una volta che questa è cresciuta, Bugie torna agli studi e si laurea in “Biblioteconomia e Scienze della Comunicazione”.

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