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  • Immagine del redattoreLaura Invernizzi

Made in Korea

Nella puntata 83 - citando due serie TV coreane con protagoniste delle avvocate - mi ero ripromessa di approfondire le produzione che arrivano da lì, vista anche la presenza di numerosi titoli nel catalogo Netflix (c’è proprio una sezione intitolata Made in Korea…nome scelto per questa puntata, ma è stato un caso!).

E a proposito di coincidenze, la scorsa settimana in una nota libreria in Stazione Centrale a Milano, salendo con le scale mobili mi si è palesata la scritta I love Corea con una selezione di band di k-pop.

In effetti sebbene abbiamo scarsa conoscenza dei luoghi, da molti anni sentiamo parlare (e a volte acquistiamo) marchi di cosmesi coreana, le band hanno sempre più fan italiani e da qualche tempo a questa parte, complici il film Parassite e la serie Squid Game si è acceso l’interesse per le produzioni coreane.


Prendo come punto di riferimento – non me ne vogliate - sempre Netflix, che pubblica da qualche anno le classifiche dei titoli in catalogo.

Nella top 10 delle serie TV più popolari (non in inglese), in base alle ore visualizzate/viste nei primi 28 giorni su Netflix, troviamo 1° posto Squid Game con 1.650.450.000, al 6° posto L’avvocata Woo, 402.470.000 seguita da The Glory (serie recentissima che in queste settimane si piazza sempre ai primi posti in classifica) che nei primi 28 gg di uscita ha totalizzato 380.380.000 ore di visione.


Se per noi sembra un fenomeno nuovo, in realtà nei paesi asiatici le produzioni coreane sono popolari da molto tempo, tanto che i giornali cinesi utilizzano già da fine anni 90 il termine Hallyu, l’onda coreana.


Ma come ha fatto la Corea del Sud – nazione con poco più di 51 milioni di abitanti – a diventare silenziosamente il più grande concorrente di Hollywood, sfornando musica follemente popolare, fiction televisive e tendenze di bellezza e moda con un appeal globale? (citazione presa da un articolo di Regina Kim pubblicato su Elle nel 2021).


Lasciamo da parte film, beauty e moda e cerchiamo di capirne di più ripercorrendo la storia e gli elementi che caratterizzano le serie TV, gli han-guk deurama, meglio conosciuti come k-drama.


La prima emittente pubblica Korean Broadcasting System (KBS) (ci fu in realtà un breve esperimento precedente) iniziò a trasmettere nel 1961 con la messa in onda di drammi, ma molto diversi da quelli di oggi, la diffusione dei televisori era ancora bassa e le trasmissioni pesantemente controllate dal governo militare. Nel 1969 dopo che il governo revocò il divieto di ottenere entrate dalle pubblicità, le serie diventarono una consistente parte dalla programmazione quotidiana.

Nel frattempo erano state create altre emittenti (TBC e MBC) e la concorrenza diede il via ad investimenti sia sulla produzione che per la promozione delle serie. Ad inizio anni 70 c’erano almeno 15 serie in onda al giorno. Il boom si attenuò dopo che il governo impose controlli più severi sui contenuti "di cattivo gusto" richiedendo alle reti di allocare più di ore di trasmissione di notiziari e programmi educativi.

La popolarità delle serie ha raggiunto un altro livello tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, quando le emittenti hanno iniziato a personalizzare i loro spettacoli al pubblico più giovane, proponendo fiction “trendy” incentrate sul vite e amori dei giovani.

(fonte K-Drama: A New TV Genre with Global Appeal prodotto nel 2011 da Korean Culture and Information Service).


Lo sviluppo di produzioni locali è stato possibile grazie a diversi fattori, a cominciare dallo stanziamento di budget sempre più altri per la creazione di dipartimenti dell’industria culturale nei College e nelle Università, volta a contrastare la possibile ondata di importazione di produzioni giapponesi (cosa non possibile prima della revoca del Governo nel 1998).


Factsanddetails.com riporta un’analisi di Dani Madrid-Morales della City University di Hong Kong.

Gli investimenti per aumentare la qualità delle serie sono diventati particolarmente importanti quando sono state aperte nuove stazioni televisive commerciali in Corea negli anni '90. La battaglia per il pubblico ha portato a una "drama war" caratterizzata da un numero maggiore di produzioni, diversificazione dei temi, sceneggiature più fresche e una migliore qualità complessiva dell'intrattenimento”.


La messa in onda nel 1997 in Cina di What is love about ha poi aperto la strada all’esportazione nei paesi asiatici, aiutata anche dall’uscita di Winter Sonata qualche anno più tardi.

Sempre nel sito citato prima si dà evidenza del perché i k-drama siano più esportati rispetto a quelli giapponesi: questione di costi, almeno per quello che riguardava Singapore.


L’ondata coreana arriva poi nel resto del mondo, in alcuni casi grazie alla presenza di comunità di emigrati come in Sud America dove tra l’altro si possono ritrovare nelle telenovelas o soap opera caratteristiche simili ai k-drama.

I titoli citati in apertura e Netflix hanno poi ulteriormente incrementato le possibilità di accesso alle produzioni coreane (alcune realizzate proprio dalla stessa piattaforma come Squid Game).


Il nome k-drama racchiude una moltitudine di generi diversi: sageuk, o drammi storici, legati alla storia della Corea, drammatici, horror, romantici. Temi emotivi e drammi sociali (salute mentale, bullismo, razzismo ecc.) raccontati con toni e stili diversi quindi adatti a pubblici differenti.


Secondo Dafna Zur, professoressa associata presso il Dipartimento di lingue e culture dell'Asia orientale e studiosa di letteratura coreana e direttrice del Center for East Asian Studies di Stanford, “I drammi coreani raggiungono un equilibrio tra prevedibilità e originalità. I loro archi narrativi sono spesso prevedibili: dalle stalle alle stelle, il ragazzo ricco incontra la ragazza povera, i bambini sfidano i desideri dei genitori e si mettono in proprio. Ma hanno un tocco coreano: i personaggi sono deferenti verso i loro anziani, i figli e le figlie sono filiali. Lo sfondo è ipermoderno e sfarzoso. Gli attori sono raffinati e attraenti. Interpretano personaggi affascinanti, vulnerabili e con una buona dose di autoironia. Le sceneggiature sono piene di buon umore. Certo, c'è spesso un risvolto oscuro: un'attesa soffocante, una povertà schiacciante, un segreto profondo che non deve essere svelato.

I drammi coreani umanizzano anche i miliardari più distaccati e fanno interessare il pubblico - e di solito, tutto ciò che ci chiedono sono 16 ore del nostro tempo.”


Infatti a differenza di quanto avviene ora con le produzione americane, gli episodi durano circa 1 ora e le stagioni sono composte da 12 o più episodi. Forse non siamo più abituati alla cosa e a volte si riscontra – o almeno l’ho percepito io con alcune serie TV – un ritmo un po’ lento e un girare qualche volta a vuoto…ma poi ti adegui per capire come va a finire!


Altro elemento che rende la visione dei k-drama globale (sempre ovviamente con tutte le differenze dei singoli titoli) l’assenza di nudità o scene intime, quindi sono adatti anche a paesi più conservatori.


Molte le donne che firmano le sceneggiature, di solo una o due (come le sorelle Hong), pare non esserci quindi la writers’ room all’americana e altra differenza con molte serie TV, la presenza di un solo regista per tutti gli episodi.


Altra particolarità: dati i costi elevati di realizzazione, le società di produzione cercano di girare gli episodi nel più breve tempo possibile. Inoltre - contrariamente a quanto accade altrove - i primi quattro episodi delle serie coreane vengono solitamente girati in anticipo, ma il resto contemporaneamente alla messa in onda. Gli script non sono finiti in anticipo e possono cambiare in base al feedback e alle valutazioni degli spettatori, in cui i personaggi popolari ricevono un tempo di visualizzazione maggiore e le trame vengono modificate per soddisfare le aspettative del pubblico.

Mi ricorda i pilot di Amazon Prime Video di qualche anno fa, ma in stile più evoluto!


Arrivati fin qui con la teoria occorre passare al lato pratico: dove si possono vedere k-drama?


Oltre al già citato Netflix, potete trovarli su Prime Video…anche se la ricerca non è immediata (non risulta praticamente nulla se mettete “serie TV coreane”) consiglio di partire da un titolo - es. Anna o Hotel del Luna - cliccare sopra il risultato e poi contenuti correlati.

Molto più semplice Rakuten TV, soprattutto se vi registrate direttamente su VIKI.com (c’è anche l’app sulla smartTV o chiavetta fire) che propone contenuti dei paesi asiatici con un buon numero di k-drama sottotitolati e gratuiti, quelli segnalati come Standard prevedono invece solo i primi episodi free, i successivi con sottoscrizione di un abbonamento a 4,99 dollari al mese (prova gratuita di 7 giorni).

C’è la possibilità di selezionare anche il genere: romatic, crime and mistery, thriller and suspence, storic, medical drama, family and kids ecc. in modo da trovare i titoli più in linea con vostri gusti.

Piccola curiosità: è presente la serie Saimdang (storia romanzata dell’omonima calligrafa) le cui riprese sono avvenute in parte in Italia.

Vi segnalo anche Apple TV, dove è presente Pachinko. La moglie coreana (e non solo) e Disney +.


Io ho appena iniziato la scoperta di questo sconfinato mondo seriale e vado un po’ a caso, soprattutto su Netflix dove ho visto; Hyena, L’avvocata Woo, Piccole donne (il romanzo non c’entra nulla…ma si parla di soldi, omicidi e strane orchidee), 39 (storia di amicizia tra 3 donne alla soglia dei 40 anni…si piange molto, vi avviso!), It’s Okay to Not be Okay (amore e neurodivergenze) e Love ft Marriage and Divorce (ho visto solo mezza puntata, ma le protagoniste lavorano in un stazione radiofonica e questo è stato il mio punto di partenza!).



Foto di Thành Nguyễn da Pixabay

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