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La Milano di Agostino - 2

  • Immagine del redattore: Wilma Viganò
    Wilma Viganò
  • 27 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Ciao a tutti. Come promesso – o minacciato, vedete un po’ voi – oggi riprendo il tema della precedente puntata dedicata ai luoghi milanesi che ci riportano a quel formidabile personaggio che fu Sant’Agostino. Il quale, com’è ovvio che sia, ebbe sin da quand’era ancora in vita un buon numero di seguaci che andarono aumentando nei secoli successivi alla sua morte avvenuta ad Ippona nel 430. Si trattava di monaci mendicanti che andavano a costituire comunità spontanee un po’ in tutta Europa, ma fu solo nel 1244 che papa Innocenzo IV approvò ufficialmente l’ordine religioso (mendicante, appunto) degli agostiniani unificando diversi gruppi di eremiti – frati, monache contemplative e laici – che vivevano ispirandosi alla spiritualità di Agostino incentrata sulla ricerca di Dio attraverso la fede, la ragione e la carità. Frati e monache che si insediarono ovviamente anche a Milano e i cui conventi, e chiese soprattutto, possono oggi rappresentare interessantissime mete per le nostre passeggiate.


La prima di queste chiese, e certamente la più conosciuta, è la basilica di San Marco a Brera che, con il relativo convento, è considerata la culla o, più propriamente, la casa generalizia dell’ordine agostiniano. L’attuale edificio risale al 1254 quando Lanfranco Settala, priore generale degli Eremitani di Sant’Agostino, la fece costruire in stile romanico probabilmente inglobando costruzioni precedenti. Secondo tradizione la dedica è a San Marco per riconoscenza dell’aiuto prestato da Venezia nella lotta contro il Barbarossa. Ai tempi l’edificio era in suburbis (cioè in periferia), fuori delle mura della città, ma fu da subito, almeno per dimensioni, grandioso, e lo è tuttora con i suoi 109 metri di lunghezza che lo collocano al secondo posto in un’ipotetica classifica dimensionale delle chiese milanesi dopo il Duomo. Completata solo nel ‘600, venne rivista ed aggiornata nei secoli, ma nonostante gli interventi subiti la facciata di San Marco resta la più rappresentativa dello stile romanico-gotico della città. Ed è su questa importante facciata che possiamo individuare ben tre visibilissimi omaggi a Sant’Agostino. Il primo nella lunetta che sovrasta il portone centrale dove è dipinta la Madonna con Bambino fra i santi Agostino e Marco; il secondo nel bassorilievo dell’architrave del portone stesso e il terzo in una delle tre nicchie poste al centro sotto l’imponente rosone. All’interno delle nicchie tre sculture trecentesche ci propongono i tre protagonisti del culto della chiesa, e cioè Sant’Agostino, che indossa la veste degli eremitani anche se porta in testa la mitria e tiene in mano  il solito libro aperto (un po’ un nonsense ma vabbè), San Marco che tiene in mano un piccolo leone alato (il suo simbolo), e Sant'Ambrogio propriamente addobbato con le insegne vescovili.

L’interno della basilica è ricchissimo di opere d’arte di ogni genere anche perché, almeno fino al Cinquecento, le cappelle laterali venivano concesse alle famiglie patrizie milanesi per la sepoltura dei membri illustri del casato che ne affidavano la decorazione agli artisti più apprezzati del tempo. E l’iconografia del santo di riferimento dei padroni di casa è scontata e abbondantissima. E mi limito ad alcune segnalazioni. Potreste partire, appena entrati, dalla prima cappella sulla destra (la Cappella Foppa che ospita la celeberrima caduta di Simon Mago), con una pala d’altare di Paolo Lomazzo che rappresenta un’altra interpretazione dell’incoronazione della Madonna questa volta tra i santi Pietro, Paolo ed Agostino. Dopo la cappella del Presepe, nel transetto di destra, si offre alla vista l’imponente affresco dei Fiammenghini con papa Alessandro IV che consegna alla congregazione di Sant’Agostino la Bolla dell’Unione, ossia il documento del 1256 – al quale abbiamo prima accennato – che sancì l'unione dei differenti rami dell'Ordine Agostiniano. Mentre il sarcofago sottostante, cioè l’arca del giurista Martino Iliprandi, ci presenta nella nicchia di sinistra l’ennesima statua di Sant’Agostino addobbato con tutti i simboli vescovili e il solito libro, questa volta sottobraccio. Ancora pochi passi, e se riuscirete a penetrare nel presbiterio, potrete ammirare le pareti laterali decorate con “La disputa di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino” di Camillo Procaccini che fronteggia “Il battesimo di Sant’Agostino” del Cerano. E così via. Tutta una serie di rappresentazioni che sarebbe troppo lungo elencare.

Lasciata San Marco, già che siete da quelle parti, potrete percorrere corso Garibaldi verso Porta Nuova e visitare un altro celeberrimo luogo di culto agostiniano, e cioè la chiesa di Santa Maria Incoronata, la famosa chiesa doppia. Qui, già in età comunale, esisteva una cappelletta che, con l’arrivo di alcuni Padri Agostiniani dell’Osservanza (quindi diversi da quelli di San Marco), venne ampliata per entrare a far parte di un importante complesso architettonico comprendente anche un convento e due chiostri. Il termine dei lavori, nel 1451, coincise con l’incoronazione di Francesco Sforza a Duca di Milano e i frati, con abile mossa politica, gliela dedicarono. Da cui il nome Incoronata. Se poi siete fortunati, potrete accedere, attraverso un anonimo portoncino sulla sinistra della chiesa, alla rediviva Biblioteca Umanistica, cioè una delle prime strutture italiane ad essere progettata come biblioteca. Ed una delle poche biblioteche dipinte di Milano pervenuta ai giorni nostri. Oggi sede del Pontificio Istituto Ambrosiano di musica sacra, la “Libraria” – come veniva chiamata – venne curata in ogni dettaglio da Paolo da San Genesio, il dottissimo priore agostiniano dell’epoca che si ispirò a simili strutture fiorentine.

Altri due edifici di culto fondati dagli agostiniani sono la chiesa di Santa Maria della Consolazione in largo Cairoli e il santuario di Santa Rita da Cascia di via Fratelli Zoia alla Barona. La prima era l’oratorio del Castello Sforzesco voluto dal Duca Galeazzo Maria Sforza che, nel 1492, lo affidò agli agostiniani, mentre la seconda è un immenso edificio di oltre 1800 mq in puro stile razionalista iniziata nel 1940 e fortemente voluta dall’allora cardinale Schuster per riportare a Milano un gruppo di agostiniani esiliati in Liguria per quasi due secoli a seguito della soppressione austriaca del 1782.

C’è poi la chiesa di Sant’Agostino di via Copernico accanto alla Stazione Centrale che è al centro dell’imponente comprensorio dei Salesiani milanesi. Bisogna sapere che i seguaci di Don Bosco erano arrivati a Milano nel 1894 per svolgere la loro missione di educatori giovanili fondando una delle prime scuole di Arti e Mestieri, poi trasformata in un tuttora attivissimo centro scolastico di ogni ordine e grado. E da buoni nuovi arrivati dedicarono l’istituto a Sant’Ambrogio, in onore alla città che li aveva accolti. Quando poi, alcuni anni più tardi, al comprensorio scolastico venne aggiunta un’imponente chiesa parrocchiale, al direttore dei salesiani venne spontaneo suggerire all’allora cardinal Ferrari la dedicazione a Sant’Agostino, suggellando l’inscindibile milanesità dell’istituzione nel suo complesso. 

In stile neoromanico, la chiesa – che suggerisco vivamente di visitare – vi racconterà, con arte vagamente bizantineggiante, i momenti e i personaggi salienti della vita di Agostino. A partire dalla lunetta sopra il portale principale dove è rappresentato ancora una volta con Sant’Ambrogio, alla lastra col suo nome incisa nel marmo all’ingresso della navata; dalla cappella “in ciel d’oro” sulla sinistra dell’altare maggiore all’imponente fonte battesimale che abbina il battesimo del Cristo nella volta a quella di Agostino lungo tutte le pareti. Non ultima una vetrata tonda all’uscita del portale sinistro dove il ritratto di Santa Monica ci introduce all’ultima tappa del nostro girovagare.

Dopo Ambrogio, la madre Monica è forse la persona che ha maggiormente influenzato la vita di Agostino. Di etnia berbera, profondamente cristiana, di buone condizioni economiche, le fu concesso di studiare, e la Bibbia divenne la sua lettura preferita. Sposò un ateo, ebbe tre figli e quando il marito morì raggiunse il figlio a Milano dove partecipò attivamente al suo percorso spirituale. Sempre con Agostino lasciò Milano diretta a Roma, e poi a Ostia, dove affittarono una casa in attesa di una nave in partenza per l'Africa. Fu quello un periodo denso di dialoghi spirituali, che Agostino riporterà più tardi nelle sue Confessioni. Ma a Ostia Monica si ammalò, forse di malaria, e in nove giorni morì. Le sue spoglie sono oggi custodite a Roma in quella che era la chiesa del Trifone, oggi ridedicata a Sant’Agostino. Proclamata Santa, ne viene celebrata la memoria il 27 agosto o il 4 maggio. E’ considerata la patrona delle vedove, delle donne sposate e delle madri.

Date queste premesse, ça va sans dire che gli ordini agostiniani femminili di clausura abbiano riservato a Santa Monica le loro dedicazioni. A Milano le monache agostiniane della Presentazione si erano insediate, centinaia di anni fa, all’inizio di corso di Porta Vittoria dove si trovava un incredibile conglomerato di monasteri, di cui sopravvivono unicamente San Pietro in Gessate e Santa Maria della Pace. Miracolosamente sopravvissute e reintegrate nella loro originaria sede conventuale dopo le epurazioni napoleoniche, le povere monache nulla però poterono contro la visionaria volontà del regime fascista che in quel luogo volle edificare uno dei suoi simboli più imponenti e spettacolari: quell’immenso blocco bianco che è il Palazzo di Giustizia. Fu così che tre dei cinque conventi di Porta Tosa vennero completamente rasi al suolo e i/le residenti invitati/e a spostarsi. La solita Milano che cambia. Che crea e che distrugge.

Fu così che le monache sfrattate, che erano allora un centinaio, si fecero costruire un nuovo complesso a Città Studi, in via Ponzio 46. L’incarico venne affidato all’ing. Giuseppe Invitti (lo stesso che qualche anno più tardi avrebbe costruito Santa Rita, e le due chiese in effetti si somigliano) che, in puro stile Novecento, coniugò grandiosità e razionalismo sia per il convento che per la chiesa, ovviamente dedicata a Santa Monica. L’interno della chiesa lascia senza fiato, nel bene e nel male. Buia e grandiosa, maestosa ed austera, monumentale e solenne, prende luce unicamente da un’apertura circolare sopra l’altare maggiore, da cui sembra calare la luce direttamente da Dio. Sul lato destro dell’altare una conturbante ed altissima grata separa l’aula dalle monache, attivissime sia nella preghiera che nell’apostolato, ma oggi purtroppo ridotte a poche unità. All’esterno, l’altissima struttura sembra imprigionare le povere suore ma in effetti è, per gran parte, una finzione. Non una prigione, ma un muro eretto a salvaguardare la privacy e il raccoglimento delle monache dedicate al silenzio e che mi sono immaginata in un rigoglioso giardino segreto preludio al Paradiso.

E con questa trascendente immagine concludo questo mio lunghissimo girovagare dedicato alla Milano di Agostino. Mi auguro vi abbia aiutato a scoprire nuove destinazioni e a risentirci alla prossima puntata di A spasso con Wilma.

 
 
 

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