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  • Immagine del redattoreWilma Viganò

L'arco di quale pace?

Della serie monumenti “scontati”, cioè quelli che i milanesi vedono da sempre tanto da non vederli più, oggi vi vorrei raccontare la storia, ma soprattutto i retroscena, dell’Arco della Pace, l’imponente, maestoso, scenografico arco trionfale che sembra celebrare oggi più i fasti della movida e degli apericena piuttosto che le glorie del passato. Grande lo è indubbiamente (secondo in Europa per dimensioni solo all’Arco di Trionfo parigino) ma, fosse una persona, soffrirebbe di qualche forma di crisi d’identità, crisi dovuta alla destinazione, anzi alle destinazioni celebrative che gli sono state affibbiate nel corso dei suoi primi 50 anni di esistenza.

Arco della Pace - Piazza Sempione - Wilma Viganò

La domanda è: “Cosa celebra in realtà l’Arco della Pace?”. Per rispondere adeguatamente bisogna fare una premessa (tra l’altro riportata nella puntata n. 57 dedicata a piazza Oberdan). Gli archi di trionfo sono sempre andati di moda ma nell’800 qualsiasi occasione, matrimoni compresi, forniva una scusa per costruirne uno. Bene, nel gennaio del 1806, erano convolati a nozze Eugenio di Beauharnais, viceré d’Italia e figlio adottivo di Napoleone, con Augusta di Baviera e per accogliere i novelli sposi a Milano venne chiesto all’architetto Luigi Cagnola di costruire un arco di benvenuto in luogo dell’antica porta orientale che sfociava su quella che è oggi Porta Venezia. Il tempo a disposizione era però limitatissimo, i finanziamenti anche, e il Cagnola mise insieme un arco fittizio in cartongesso che venne smantellato subito dopo l’ingresso dei novelli sposi in città. Nessuno aveva però messo in conto il grande successo di pubblico e di critica dell’opera in questione che convinse le autorità a commissionare allo stesso Cagnola un arco più serio, vero e proprio, che celebrasse la grandeur (c’erano i francesi) della città. Per la stessa ragione, cioè i francesi, venne scelta la collocazione, ovvero la testata conclusiva della strada del Sempione, anticamente riserva di caccia di Sforza e Visconti, poi Piazza d’Armi e oggi parco Sempione. Strada che idealmente unisce Milano alla Francia.

E il milanesissimo marchese Cagnola, esponente di primo piano del neoclassicismo allora in voga, fece le cose in grande. Ispirandosi a modelli antichi come l’Arco di Costantino e quello di Settimio Severo a Roma, ma anche omaggiando l’Arco del Carosello di Parigi, studiò un’opera monumentale, nata come “Arco della Vittoria” per celebrare le vittorie di Napoleone contro i prussiani. E per rifarsi del cartongesso di Porta Venezia scelse, per la struttura, il granito di Baveno e per l’apparato decorativo, i marmi lombardi di Crevola d’Ossola e di Ornavasso. Da un punto di vista architettonico il progetto prevedeva che i due fronti dell’arco fossero scanditi da quattro imponenti colonne corinzie, mentre l’attico doveva essere sormontato da un’altrettanto imponente Sestigia della Pace in bronzo affiancata da quattro Vittorie a cavallo che entrano trionfanti in città. Anche se per la verità, ci fu qualche erudito che pretendeva se ne dovesse uscire adducendo numerosi esempi tratti dalla classicità.

I lavori ebbero inizio nel 1807, ma si interruppero nel 1814 per la caduta dello sponsor principale, cioè Napoleone. Dopo il Congresso di Vienna e la restaurazione asburgica, gli austriaci nel 1826 ripresero in mano il progetto, affidandolo sempre al Cagnola, che nel frattempo si era tenuto impegnato costruendo l’Arco di Porta Ticinese. E fu a questo punto che la dedica dell’opera si trasformò dal precedente “Arco della Vittoria” (francese) in “Arco della Pace” (austriaca), così come vennero aggiunti alcuni bassorilievi che illustrano episodi della Restaurazione, dalla battaglia di Lipsia al Congresso di Praga, dalla battaglia di Kulm al Congresso di Vienna, passando – non ho capito perché - per l’istituzione dell’Ordine della Corona Ferrea. I quattro angoli vennero inoltre decorati con le statue allegoriche dei quattro fiumi principali del Lombardo-Veneto (Po, Ticino, Adige e Tagliamento), mentre svariate allegorie mitologiche (da Ercole a Marte, dalla Storia alla Poesia) abbelliscono il monumento in ogni sua parte. Il tutto commissionato ai principali scultori dell’epoca.

Nel frattempo però il Cagnola passò a miglior vita e il progetto venne completato nel 1838 da Giuseppe Londonio, un letterato vero “civil servant” della città. L’inaugurazione fu fastosa, alla presenza di Ferdinando I, imperatore d’Austria e re del Regno Lombardo-Veneto, e risale a poco prima dell’inaugurazione la leggenda (nessuno sa dire quanto vera) della beffa orchestrata dagli Asburgo a danno dei francesi. Pare infatti che i sei cavalli in bronzo che trainano il carro della Pace, su cui è posta Minerva, siano stati volutamente ruotati di 180 gradi in modo da orientare il loro fondoschiena verso la Francia. E così stanno ancora.

Cavalli che erano costati sudore e lacrime ai volonterosi fratelli Manfredini, gloriosi bronzisti e fonditori, nei sette anni che occorsero per la loro fusione; così come costarono sudore e lacrime agli oltre 300 operai che, con una dozzina di argani, dovettero issare ben 10 tonnellate fino in cima al monumento. Lavoraccio debitamente documentato da un dipinto di Pompeo Calvi visibile a Palazzo Morando. Peccato che nella furia di finire il lavoro i Manfredini si siano dimenticati le briglie alla sestigia… ma vabbè, nessuno è perfetto.

Passano 20 anni, e la storia si ripete. L’alleanza dei Savoia con la Francia “libera” Milano dal dominio austriaco e l’8 giugno 1859, dopo soli quattro giorni dalla vittoria di Magenta, Napoleone III e Vittorio Emanuele II entrano trionfalmente a Milano passando sotto l’Arco della Pace tra due ali di folla festante. Nel frattempo l’Arco era stato prontamente adattato all’occasione con una nuova scritta dell’epigrafe centrale, epigrafe che a tutt’oggi legge:

Entrando coll’armi gloriose Napoleone III e Vittorio Emanuele II liberatori Milano esultante cancellò da questi marmi le impronte servili e vi scrisse l’Indipendenza d’Italia.

Da allora tutto è rimasto immutato, salvo l'incisione dei caduti delle due guerre mondiali del '900. Con buona pace dell’identità del monumento restaurato nel 2010 a cura della Soprintendenza per i Beni Architettonici e attualmente soggetto all’ennesimo abbellimento.

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