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  • Immagine del redattoreLaura Invernizzi

Amiche mie! - 1

Qualche tempo fa intitolai e dedicai una puntata a 4 donne a NYC, l’occasione era l’arrivo di And Just Like That… reboot dell’iconica Sex and the City.


Serie TV con al centro amicizie al femminile non erano nuove, basti pensare a Golden Girls/Cuori senza età, andata in onda a cavallo tra gli anni 80 e 90, ma sicuramente Bradshow&Co hanno aperto la strada ad una moltitudine di produzioni che vedono protagoniste donne indipendenti ed amiche solidali.

 

Non è mia intenzione elencarle tutte, ma per questa prima puntata sul tema, ho scelto 3 serie che reputo interessanti e con elementi comuni, ma forse non particolarmente conosciute.

Tutte vedono al centro donne sulla trentina che vivono a NYC, nello specifico due ambientate ad Harlem e una a Fort Green, quartiere di Brooklyn.

 

Parto proprio da quest’ultima perché nasce nel 1986 come film… Lola Darling, scritto, diretto ed interpretato da Spike Lee, qui al suo debutto.

Il lungometraggio racconta la storia di Nola Darling, giovane ed attraente artista e dei suoi 3 amanti; Jamie Overstreet gentile e sposato, Greer Childs modello egocentrico e Mars Blackmon, immaturo rider (interpretato da Lee). Ognuno di loro ha una caratteristica che piace alla nostra protagonista, ma non ha nessuna intenzione di avere una relazione monogama. È girato in bianco e nero, per certi aspetti ricorda una documentario, gli attori infatti, parlano spesso direttamente allo spettatore.


Secondo  Marthia Diawara in "Homeboy Cosmopolitan" del 1998 “La narrazione fornita dalla storia di Nola è stata descritta come l'elemento più rivoluzionario del film, una rappresentazione della lotta che le donne afroamericane affrontarono nella società dell'epoca.”

 

Il rivoluzionario film indipendente di Spike Lee, girato in quindici giorni con un budget di 175.000 dollari – ha sottolineato nel 2007 il NY Times - ha inaugurato il movimento cinematografico indipendente americano degli anni '80. È stato anche un film rivoluzionario per i registi afroamericani e un gradito cambiamento nella rappresentazione dei neri nel cinema americano, raffigurando uomini e donne di colore non come magnaccia e prostitute, ma come cittadini intelligenti e con buon tenore di vita.”

 

L’ho visto questa estatecredo su Prime, ora non più disponibile, in compenso l’ho scovato – in lingua originale senza sottotitoli su Plex TV.


Può, ma non è obbligatorio, essere il punto di partenza per vedere la serie TV sempre di Spike Lee uscita nel 2017 su Netflix.

Riprende il titolo originale del film She's Gotta Have It, che all’epoca appariva troppo audace optando per Lola Darling.

La serie vede sempre al centro Nola e ritroviamo i suoi amanti, ma anche due amiche importanti che la ispirano e la spronano, Shemekka aspirante ballerina nel night club dove lavora come cameriera, pensa che la soluzione sia aumentare chirurgicamente il suo lato b e Clorinda che gestisce una galleria d’arte, oltre ad un’altra donna – Opal – con cui inizia una relazione stabile.

Non mancano i monologhi della protagonista di fronte alla camera e la voce fuoricampo, ma non è una produzione sperimentale come il film.

I temi trattati sono molteplici, dalla gentrificazione dei luoghi dove vivono i protagonisti, mostrata con un esempio estremo, la rincorsa a determinati canonici estetici attraverso pratiche illegali, la libertà sessuale e dall’altra parte la violenza e il catcalling che ispirano Nola a realizzare ed affiggere in tutto il quartiere, volti e scritte “Il mio nome non è bocconcino, Il mio nome non è tesoro, Il mio nome non è baby gurl, Il mio nome non è pollastrella...", insomma tutti i nomignoli che si sentono dire per strada.

 

L’accoglienza di critica e pubblico è stata altalenante, cito qualche recensione trovata sul mitico Rotten Tomatoes

"La miscela di umorismo, dramma e critica sociale della serie probabilmente si accartoccerebbe nelle mani di chiunque altro tranne Lee. Ma Lee riesce a rendere il tutto magnifico. Anche l’attrice DeWanda Wise è straordinaria” scrive su Daily Telegraph, Alexandra Pollard.

Non la pensa così Carmen Phillips su Autostraddle che sottolinea infatti tutti i passi falsi di un occhio maschile su rappresentazioni di donne nere e altre questioni legate alla sessualità.

La serie – cancellata dopo due stagioni – è composta da 19 episodi e si trova - come scrivevo sopra - su Netflix.

 

Ci spostiamo ad Harlem dove sono ambientate le altre due serie, uscite quasi in contemporanea che non solo vedono 4 donne protagoniste, ma anche professioni e dinamiche così simili che le confondo spesso!


Parto da Run the World, serie creata e prodotta da Leigh Davenport che ha preso spunto dai suoi 12 anni vissuti ad Harlem, un microcosmo magico a cui la TV non aveva ancora pagato il suo tributo, ha detto in un’intervista a W Magazine nel 2021, allo stesso tempo però la rappresentazione in TV date da alcuni programmi non l'appartenevano, anzi fornivano una visione distorta.C'erano molte donne nere che litigavano e si toglievano le parrucche a vicenda, facendo cose che non riflettevano la sorellanza che avevo sperimentato ai miei tempi allo Spelman College e ai tempi in cui vivevamo a New York", ha detto. “Ho sentito che c'erano molti messaggi negativi rivolti alle donne nere e messaggi che contrastavano l'ambizione e ci facevano sentire in colpa nel volere di più. Non mi sentivo così.

Da qui l’idea di scrivere qualcosa ispirata proprio alla sua esperienza. Il progetto di Run The World si è concretizzato nel 2019 e dopo la battuta d’arresto dovuta al Covid, ha fatto il suo debutto su Starz a maggio 2021 (in Italia si trova su Prime abbonandosi al canale MGM+).

Andiamo a conoscere le protagoniste:

La scrittrice Ella McFair, che dopo il mezzo fiasco del suo libro d’esordio, trova lavoro nella rivista online HotTeaDigest. L’attrice Andrea Bordeaux ha abbandonato il ruolo dopo la prima stagione per contrasti –pare  - relativi agli obblighi vaccinali per il Covid.

Whitney Green è l’esempio di donna perfetta, ottimo lavoro in banca e prossima alle nozze con Ola, medico di origine nigeriane…ovviamente le cose poi cambiano.

Renee Ross è una manager risoluta, sposata con Jay, ma qualcosa non funziona più e mette in discussione il suo matrimonio…ma anche il suo lavoro.

Sondi infine è una dottoranda che ha una relazione clandestina col suo professore Matthew Powell, padre single.

 

Le recensioni – soprattutto per la prima stagione – sono generalmente positive. Trattandosi di una commedia, non mancano gli elementi e caratterizzazioni umoristiche e personalmente l’ho trovata coinvolgente. Alla notizia della cancellazione di Run The World, ho letto diversi commenti di quanto questa serie sia stata rappresentativa per molte persone, vi porto un esempio trovato su tvseriesfinale.com.

Reale, incoraggiante, stimolante e motivante. Mi sono riconosciuta come giovane donna professionista nera afroamericana. [...] Le nostre comunità hanno bisogno di questo tipo di spettacoli.


Nel dicembre 2021 esce invece Harlem, creata da Tracey Oliver anche in questo caso già dal 2019, vede anche qui 4 amiche sulla trentina che si sostengono a vicenda nelle sfide della vita.

Andiamo a conoscerle:

Camille, professoressa della Columbia University, si occupa di antropologia delle relazioni. Ha un ex fidandato – Ian – chef talentuoso che ha deciso di non seguire a Parigi e che fa ritorno ad Harlem per aprire un ristorante. Nel frattempo però lui è fidanzato e lei ha conosciuto un ricercatore/professore in università con cui sembra essere in sintonia.

Tye ha avviato invece un start up di successo creando Q, la prima app di appuntamenti per persone queer. Ha relazioni brevi con persone molte diverse da lei così da non doversi impegnare in una relazione seria ed intellettualmente stimolante.

Quinn invece è una stilista di talento, gli affari non vanno benissimo, ma può far affidamento allo fondo messo a sua disposizione dai genitori. Non va d’accordissimo con la madre che la vorrebbe sposata e con un lavoro più stabile.

Infine l’esuberante Angie, senza lavoro, vive nel bell’appartamento di Quinn. Ha una voce strabiliante, ma niente di concreto per far decollare la sua carriera. Molto disinibita e appariscente.

Harlem vede la presenza di una guest star di tutto rispetto,  Whoopi Golderg, che interpreta la dott.ssa Elise Pruitt, nuova direttrice del dipartimento della Columbia dove lavora Camille e quindi sua “capa”. Il loro rapporto è sempre in bilico, pur apprezzando infatti il lavoro della nostra protagonista, non la ritiene molto affidabile.

 

Qui, forse più che in Run the World, troviamo una rappresentazione più ampia in termini di corpi e preferenze sessuali nonostante le due serie abbiano protagoniste con storie simili (ad esempio Camille e Sondi).

Jordan Lion su readysteadycut.com scrive “Nel complesso, anche se le trame sono già state scritte in precedenza, Harlem sembra fresca e moderna”.

Anche questa serie – che si trova su Prime -  è composta da due stagioni (18 episodi), ma il 6 dicembre scorso è stata annunciato il rinnovo almeno per una terza.

 

Le serie che vi ho brevemente descritto a mio avviso offrono spunti interessanti sia per quanto concerne le amicizie che le problematiche razziali e sociali pur trattandosi di commedie.

 

Tra qualche settimana tornerò sul tema con altre 4 ambientate in diverse parti del mondo.

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