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  • Wilma Viganò

Fede antica e arte moderna

Dopo qualche passeggiata laica, oggi propongo di tornare a fare churching. E che churching! Avviamoci quindi in centro proprio sul retro di Palazzo Marino a due passi dalla Scala, per ammirare (notate “ammirare”, non solo “visitare”) quella che è considerata il corrispettivo milanese della “Madeleine” parigina, ossia il tempio frequentato per consuetudine dall’aristocrazia cittadina.

Piazza San Fedele - facciata - Wilma Viganò

Mi riferisco ovviamente alla chiesa di San Fedele, che dà sull’omonima piazza, già edificio sacro romano ai tempi dell’editto di Costantino (e siamo nel 313 d. C.), che era stata originariamente dedicata a Santa Maria in Solariolo, probabilmente per via di un “solarium”, cioè un terrazzo o piano rialzato. La dedica a San Fedele, evangelizzatore e martire di origine comasca le cui reliquie sono qui ospitate, risale all’anno Mille, ma la svolta spirituale e soprattutto artistica della chiesa porta la data del 1567, anno nel quale l’onnipotente arcivescovo Carlo Borromeo l’assegnò ai Gesuiti, appena sbarcati a Milano.

E non solo donò loro l’edificio, ma provvide anche alla sua radicale ricostruzione, approfittando dell’occasione per stilare delle dettagliatissime “Instructiones” che interpretavano da un punto di vista architettonico le indicazioni liturgiche stabilite dal Concilio di Trento, indicazioni poi rimaste valide per oltre quattro secoli, cioè sino al Concilio Vaticano II. Le “Instructiones” di San Carlo vennero fedelmente applicate dal suo architetto di fiducia Pellegrino Tibaldi, tant’è che da allora San Fedele venne considerata il modello di riferimento per l’architettura sacra dell’arte della Controriforma.

Lo stile di tutto l’edificio, a partire dalla facciata, è classicheggiante con qualche tocco del nascente barocco. L’interno è molto luminoso e formato da un’unica grande aula che interpreta appieno i dettami della Compagnia del Gesù secondo cui la chiesa è essenzialmente luogo per la preghiera, la confessione e il culto. Nell’arredo, ricco di effetti cromatici per via dei materiali utilizzati, soprattutto la pietra d’Angera proveniente dal lago Maggiore, spiccano 11 confessionali in noce magistralmente intagliati, così come i 19 stalli del coro e il pulpito laterale collocato a metà dell’aula e non a lato dell’altare (e questa era un’altra novità) per facilitare la predicazione come da istruzioni del Concilio. Allora non esistevano i microfoni e questo era un modo per permettere a tutti i fedeli di sentire le parole dei predicatori.

Nel ‘700, dopo la soppressione degll’ordine dei Gesuiti (che tornarono però nel 1945), la chiesa venne affidata ai canonici della vicina Santa Maria della Scala, che vi trasportarono gli addobbi (tra cui gli stalli del coro) e le opere d’arte più importanti della loro chiesa trecentesca destinata ad essere abbattuta per far posto al teatro.

Quattro sono le cappelle laterali, tutte degne di nota e di visita. Da quella dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti (un trionfo di stucchi e marmi) a quella con la “Deposizione” di Simone Pederzani, maestro del Caravaggio, passando per la cappella della Guastalla, in origine destinata alla sepoltura delle fanciulle dell’omonimo collegio, e oggi decorata con un inaspettato altorilievo di Lucio Fontana, affiancato da un paio di colonne sghembe (tecnicamente si dice “dislocate”) con l’architrave sostenuto da mezze figure di angeli.

Quest’opera modernissima ci introduce a quella che è la “cifra” distintiva della San Fedele di oggi: cioè la volontà dei Gesuiti di costruire un insolito itinerario tra arte e fede per aprire un dialogo tra l’arte classica e la cultura e spiritualità odierne. Invito a suo tempo espresso da Paolo VI agli artisti convocati nella Cappella Sistina e che diede origine al GASC, cioè la Galleria d’Arte Sacra Contemporanea che ha oggi sede a Villa Clerici a Niguarda.

Chiesa San Fedele - Pala Lucio Fontana - Wilma Viganò

E San Fedele ci propone un percorso unico d’arte antica mescolata a quella moderna che, partendo dalla pala in ceramica smaltata di Lucio Fontana sull’apparizione del Sacro Cuore alla mistica francese Margherita Alacoque, prosegue sull’altare maggiore dove sfavilla la corona di spine di Claudio Parmiggiani in nichel e oro illuminata da una cupola colorata. Lungo la parete del coro sono poi disposti alcuni monocromi acrilici di David Simpson intitolati “Gerusalemme celeste” che hanno la particolare capacità di diffondere la luce perché mescolati ad un composto di titanio e cristalli. E i tre colori – l’oro del divino, il rosso del Figlio e l’azzurro dello Spirito – rievocano quelli dell’iconografia tradizionale della Trinità. La luce del giorno che entra dai finestroni cambia in ogni istante e i riflessi luminosi variano senza sosta come immagini dell’infinito nel finito.

Dall’aula della chiesa il tour artistico prosegue nella seicentesca sacrestia sempre del Richini (anche lei modello per le successive sacrestie della città): un maestoso gioiello barocco con armadioni intagliati e decori di ogni genere, soprattutto mascheroni e cariatidi che si snodano lungo tutte le pareti. Ma siamo solo all’inizio, perché è giunto il momento di calarsi nella cripta dove la prima tappa è costituita dalla minuscola “Cappella delle ballerine”, così denominata perché, fino a poco tempo fa, le ballerine della Scala venivano a deporre un fiore alla trecentesca “Madonna del latte” dell’altare prima di ogni debutto. Nella cappelletta, molto tradizionale, il contrappunto d’arte moderna svetta sulla parete di destra con l’installazione di scarpette da ballo in bronzo argentato di Mimmo Paladino, che si rifà alla tradizione degli ex voto.

Poco più avanti, ci si imbatte nelle 14 stazioni della Via Crucis di Lucio Fontana, medaglioni di terracotta in rilievo di grande impatto scenico, che è contrapposta ad un’incredibile collezione di reliquiari di ogni specie. Ma accanto alla cripta tradizionale, eccone un’altra, ancora più inquietante: uno spazio destinato alla sepoltura di alcune fanciulle della famiglia degli Asburgo, anche loro provenienti da Santa Maria della Scala. Al centro della sala, molto spoglia, tutta l’attenzione viene attratta dalla sconcertante opera dell’artista greco Jannis Kounellis che visualizza l’Apocalisse: una croce che incarna la Chiesa e che oggi appare come racchiusa e nascosta in un telo in attesa di una rivelazione per far apparire la verità. E poi ancora Paladino, Sironi, Fontana, De Maria… in un continuo dialogo tra arte e fede in quella che può essere considerata una delle più ricche gallerie d’arte moderna di Milano.

Risaliti nell’aula della chiesa, prestiamo attenzione ad una lapide in bronzo sulla sinistra dell’altare maggiore posta a ricordo del punto dove soleva raccogliersi giornalmente in preghiera Alessandro Manzoni, che abitava lì a due passi. Cosa che avvenne puntualmente anche nella fatidica data del 6 gennaio 1873 quando, dopo la Messa, il Manzoni esce per avviarsi verso casa ma, forse a causa della nevicata della notte precedente, scivola sul sagrato sbattendo la testa sul terreno. Una caduta dalla quale non si riprenderà più e che è considerata causa della sua morte di lì a pochi mesi.

E per ricordarlo e celebrarlo ecco, al centro della piazza, il monumento dedicatogli dalla cittadinanza nel decennale della morte: una statua in bronzo, “in dimensioni alquanto maggiori del vero…” commissionata a Francesco Barzaghi, già autore della statua di Napoleone a cavallo al Parco Sempione e di quelle di Luciano Manara ai giardini pubblici di Porta Venezia e di Francesco Hayez a Brera. La statua ritrae lo scrittore in piedi, in espressione assorta, e con la gamba sinistra portata in avanti nell’atto di camminare, mentre nella mano sinistra, posta dietro alla schiena, regge il libro delle Georgiche di Virgilio. La fusione della statua, composta da 12 parti in stagno e 88 in bronzo per un totale di 18 tonnellate, venne realizzata dalla storica fonderia dei Fratelli Barzaghi, ancor oggi esistente all’Isola, come testimoniato da un’incisione sul piedestallo. Da notare che il monumento non è perfettamente centrato con la chiesa, ma leggermente spostato e ruotato verso destra, in modo da non ostruire la vista del portone d’ingresso.

Sino a pochi decenni fa al centro della piazza, ancora invasa dal traffico cittadino, c’era anche una fontana circolare, fatta sparire in occasione della pedonalizzazione dell’area, divenuta oggi un’oasi tranquilla del centro cittadino, soprattutto da quando non si celebrano più i matrimoni civili nell’appartamento della Monaca di Monza di Palazzo Marino, a cui si accedeva dal lato sinistro della piazza. Lato oggi considerato posteriore del Comune, ma originariamente facciata principale prima del rifacimento di piazza della Scala da parte del Piermarini.

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