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  • Immagine del redattoreLaura Invernizzi

Avidità

Se investi miliardi devi fare controlli accurati. Anche se Dio ti manda il suo curriculum, controlla le referenze


Ci sono storie così particolari che un solo modo di raccontarle non basta. Non ero particolarmente convinta della cosa quando ho letto dell’uscita su Netflix di Madoff: The Monster of Wall Street, docuserie in 4 episodi basata in parte sul libro Madoff Talks del 2021 di Jim Campbell e diretta da Joe Berlinger.

Avevo già visto molto tempo fa una serie TV su di lui e non capivo il senso di ritornare sullo stesso argomento.

Beh mi sbagliavo.


Partiamo però da chi è - o meglio chi era - Bernard “Bernie” Madoff.

Un finanziere, un precoce broker, sviluppò un sistema per informatizzare le transazioni e fu presidente del NASDAQ. Ma soprattutto è ricordato per aver creato il più grande schema Ponzi. Un truffa finanziaria pari a 64.8 miliardi di dollari venuta a galla dalla crisi del 2008.


Cos’è lo schema Ponzi?

Deve il suo nome da un immigrato di origini italiane Charles (in realtà Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo) Ponzi che ideò nel 1920 un sistema di compravendita di buoni di risposta internazionali creando una società e attirando investitori (da due dollari arrivò a guadagnarne 15 milioni… truffando 40 mila persone).

In sostanza funziona così: si attirano potenziali clienti con promesse di rendimenti alti, in tempi brevi. Si mantiene la parola facendo credere che il sistema funzioni elargendo i primi guadagni. Arrivano quindi nuovi investitori che versando le loro quote, coprono gli interessi dei primi e si procede così.

Una piramide in cui i livelli più alti traggono beneficio dai soldi di chi sta sotto e che si regge sul fatto che in primis arrivino sempre nuovi clienti e dall’altro che questi non richiedano indietro i soldi.

Cosa avvenuta nel 2008 facendo crollare il castello di carta di Madoff. Non c’erano davvero delle compravendite di titoli, la liquidità non arrivava dai profitti, ma dai versamenti di nuovi clienti.

Questi arrivavano attraverso le conoscenze, non era Madoff a cercarli…e spesso li rifiutava, garantendo così una sorta di esclusività delle sue consulenze e dei suoi fondi.


La portata di questa frode - secondo Berlinger - non è del tutto chiara alle persone, motivo per cui ha voluto girare la docuserie su Madoff.

Utilizzando gli stesse modalità con cui realizza quelli legati al true crime (The Cecil Hotel, Conversation with a Killer, quello su Jeffrey Epstein solo per citarne alcuni che si trovano su Netflix).

Ho trovato una sua intervista all’interno di Factual American Podcast (vi lascio il link sul sito) in cui dichiara di considerare Madoff un serial killer finanziario per il livello di distruzione che le sue azioni hanno portato nella vita degli investitori (non si tratta solo di milionari, ma anche medio piccoli risparmiatori).


Ed è una parte importante nella docuserie, perché al di là della storia che si può leggere su Wikipedia o sugli articoli dell’epoca, ci sono le testimonianze di chi ha perso tutto.

La citazione iniziale è di Jeffery R. Werner, il cui padre investì con Madoff e che all’epoca dello scandalo dovette fronteggiare non solo la perdita dei soldi, ma anche la restituzione di quanto “guadagnato” arrivando a vendere la casa in cui la madre aveva sempre vissuto.

Inoltre secondo il regista, nonostante fossero già stati prodotti serie TV, e film (cita The Wizard of Lies di cui parlo dopo) mancava l’approfondimento e l’analisi al moderno schema Ponzi, ma anche uno sguardo su come sia stato possibile tutto questo, il sistema di Wall Street, chi ha agevolato o guardato dall’altra parte o ne ha beneficiato (anche della sua condanna…salvando se stesso).

Diverse le testimonianze – anche le registrazioni degli interrogatori di Madoff – presenti nella docuserie, tra questi Erin Arvedlund, giornalista finanziaria. Parlò di Madoff in un articolo nel 2001 "Don't Ask, Don't Tell: Bernie Madoff Attracts Skeptics in 2001" mettendo discussione il piano del finanziere, la sua richiesta di segretezza degli investitori e i suoi "guadagni invidiabilmente costanti".

Poi un’altra giornalista molto nota per questa vicenda, Diana B. Henriques, la prima che intervistò Madoff in carcere e che scrisse il libro The Wizard of Lies.


Vi riporto un suo breve estratto che sintetizza al meglio il metodo utilizzato, partendo da una mini spiegazione sui fondi.

"Il nome originale dei fondi speculativi era Hedge Fund. In sostanza si trattava di fondi che non puntavano solo sulla continua salita dei titoli. Contemplavano anche potenziali cadute – era un modo per ridurre i rischi. I fondi speculativi esistevano da tempo, ma negli anni 80 e 90 si verificò un cambiamento epocale nel mondo degli investitori al dettaglio. Le start up della Silicon Valley diventarono una scelta allettante, quando i gestori dei fondi comuni iniziarono a dire: Potrei fare molti più soldi gestendo un fondo speculativo.

Tuttavia man mano che diventavano più popolari, molti pensarono di poter gestire fondi speculativi e la strategia originale che limitava i rischi finì nel dimenticatoio. Essenzialmente raccoglievano soldi da varie fonti e li investivano con qualcuno come Bernie Madoff.

Jeffrey Tucker, ex dipendente della SEC, e Walter Noel – il tipico aristocratico di Wall Street educato in scuole private, avevano creato il fondo speculativo Fairfield Greenwich. Il suocero di Tucker conosceva Madoff e glielo presentò. Così incontrarono Madoff e il suo braccio destro Frank DiPascali.

Madoff spiegò loro la sua strategia di conversione. Nel gergo di Wall Street non era altro che uno “spread al rialzo”. Una strategia per cavalcare un mercato al rialzo, ma mettendo un limite massimo che evita perdite eccessive. Ed è quello che Bernie iniziò a pubblicizzare, lo faceva sembrare complesso, ma dava alla gente ciò che volevano da lui: profitti costanti.

Ma ciò che più attraeva la gente era qualcosa che non avevano mai visto nel fiorente mondo dei fondi speculativi: le commissioni erano favolose. La norma era 2 e 20. Il gestore del fondo – in questo caso Fairfield Greenwich - intascava il 2% del capitale iniziale (Era la loro tariffa annuale per gestire i soldi) e poi prendevano il 20% dei profitti che generavano. In un mondo normale con un gestore normale, Jeffrey Tucker e Walter Noel avrebbero dovuto dividere la commissione – ricevuta dagli investitori - con Madoff. Ma a Madoff non serviva, lasciava quindi a loro l’intera somma e richiedeva solo una commissione sulle transazioni (fittizie) che effettuava per loro. Definirlo insolito sarebbe un eufemismo: era senza precedenti. Era l’accordo più allettante che un gestore di fondi potesse trovare. Jeffrey Tucker fece delle domande, si occupava della due diligence (diligenza dovuta… investigazione). Ma Bernie adottò con fermezza la strategia che gli tornava sempre utile “Sei hai tutte queste domande, forse dovresti riprenderti i soldi, non ho tempo per queste cose”.

E così Fairfield Greenwich finì per investire con Bernie Madoff. Fu il primo grosso fondo speculativo per lui…"


In una deposizione Madoff ha dichiarato di aver riflettuto molto su quello che ha fatto e il motivo. Uno dei suoi problemi era voler accontentare tutti, non mancava infatti di slanci di generosità nei confronti di quanti lavoravano per lui (al 19^ piano del Lipstick Building in cui avvenivano le attività ufficiali, così come al 17^ dove venivano prodotti falsi bilanci, mediazioni).


La domanda che sorge spontanea è: nessuno si è accorto di questo gigantesco schema Ponzi?

Sì, Harry Markopolos, responsabile degli investimenti di una società di trading a cui venne chiesto di studiare i fondi di Madoff per crearne uno altrettanto appetibile. Una volta avuto accesso alle carte però si rese conto – parliamo del 1999 – che il flusso di ritorno aumentava costantemente con solo pochi downtick, rappresentati graficamente da un angolo di 45 gradi quasi perfetto… una cosa che in finanza non esiste, anche nelle migliori condizioni. Con ulteriori controlli capì di avere davanti uno schema Ponzi e lo segnalò a alla SEC (Securities and Exchange Commission), lo fece più volte nel corso degli anni, ma la SEC non trovò mai le prove, qualcuno sostiene per incapacità di analisi e poche persone addette al controllo di migliaia di documenti.


In effetti come ho detto fu la crisi del 2008 a far scoprire la truffa perché all’inizio Madoff proseguì con la sua attività senza grossi scossoni, ma a seguito del crescente numero di richieste di ritirare i propri soldi da parte degli investitori si trovò ad avere un problema di liquidità.

Lo confessò ai figli – Mark e Andrew che lavoravano con lui al 19^ piano. Totalmente all’oscuro della truffa, lo denunciarono alle autorità e fu arrestato. Non ci fu un processo perché si dichiarò colpevole e fu condannato a scontare 150 anni di carcere. Madoff è morto ad aprile 2021 a 82 anni.

Lo scandalo finanziario ha lasciato dietro di sé una lunga scia di lutti.


La docuserie è stata accolta molto positivamente anche perché spiega in modo chiaro le dinamiche finanziarie – come l’estratto che vi ho letto. Unico appunto… l’attore scelto per interpretare Madoff in alcune sequenze non rendeva appieno l’originale.

Forse perché ho in mente Richard Dreyfuss che ne ha vestito i panni nella miniserie intitolata Madoff della ABC uscita nel 2016. Da noi risulta trasmessa da Sky (non è a catalogo, ma forse potrebbe essere disponibile nel servizio on demand).

Qui ad emergere è la spavalderia del finanziere che spiega direttamente allo spettatore cosa sta facendo. Quanti hanno conosciuto Madoff riconoscono in lui uno stile comunicativo unico, in grado di convincere il potenziale cliente facendo leva sui guadagni senza rischi.


In The Wizard of Lies, film prodotto da HBO nel 2018 tratto dall’omonimo libro di Diana B. Henriques (che qui interpreta se stessa), emerge un altro Madoff, già in carcere che ripercorre quanto vissuto. Non c’è pentimento però nel volto segnato di Robert De Niro che lo interpreta. Il film si trova su Sky/Now.


Personaggio enigmatico e complesso, anche la stessa Henriques si è chiesta quanto raccontatole da Madoff corrispondesse a verità o solo un modo di giustificare le sue azioni.


Su questo scandalo finanziario ci sono altri film e documentari. Pare che Woody Allen abbia tratto ispirazione dallo caso Madoff per Blue Jasmine, che ritrae una coppia immaginaria coinvolta in uno scandalo simile.


Segnalo un breve approfondimento dal titolo Madoff Il Truffatore del 2019 che si trova all’interno dell’archivio de La7.


Concludo con una frase che ho sentito all’interno della docuserie di Netflix:


Bernie Madoff ha preferito sempre essere un bugiardo che un fallito, in tanti hanno permesso che accadesse motivati dall’avidità.
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